Archiwatch

Il Blog di Giorgio Muratore

Archivio per febbraio 2009

Vergogne italiche … Bronzi e Zazà …

ZHRC

Zazà nu’ schioda …

tutti a Londra …

per i bronzi di Versace …

Qualche giorno fa è stato firmato il contratto tra Zaha Hadid e il sindaco di Reggio Calabria per la miliardaria Stella marina sul lungomare più bello d’Italia … peccato …

P.S. la bella cerimonia, … naturalmente, … è avvenuta a Londra …
Per saperne e vederne di più cfr:
http://massimocalabro.wordpress.com/2009/02/08/waterfront-a-londra-una-firma-per-il-futuro-di-reggio-calabria/

disgustoso … (anche il progetto) …

quella … manco pe’ firmà ‘r contratto … arza le chiappe …

Scritto da Giorgio Muratore

28 febbraio 2009 alle 19:20

Pubblicato in Architettura

Nuovi concorsi … nuovi misteri …

Sul blog Architetturacatania ci segnalano:

“Chi ha vinto il concorso per il lungomare di Nicotera?” …


concorsi misteriosi … del terzo tipo …

Scritto da Giorgio Muratore

26 febbraio 2009 alle 18:02

Pubblicato in Architettura

Cattedre … pennelli … e l’imbecillità del “creativo” …

Manuela Marchesi, che qui ringraziamo, commentando il testo di Emanuele Arteniesi sui “paesaggi” giapponesi così ci scrive: …

“Non è un caso se le pratiche delle Arti tradizionali giapponesi producano emozione profonda, tanto da lasciare un senso di cristallina pace e di completezza.
Da loro i Maestri non “salgono in cattedra” ma lavorano con e per gli allievi che cercano nella pratica e nel loro profondo i gesti e la giusta disposizione interiore.
Non è un processo di pedissecua imitazione né la ricerca di un’interpretazione personale: il primo fine è quello di giungere allo stadio dell’agire senza forzature, per paradosso senza pensiero, senza farsi pedestremente la scaletta dei vari passaggi, senza alla fine alcun compiacimento.
La pratica fatta con questo spirito è un fatto che accade da sé per immedesimazione tra chi fa e ciò che sta facendo, con la naturalezza che un occhio distratto scambia per elementarità.
Insomma la pratica così praticata genera libertà dall’assillo del formalismo e apre all’essenzialità piena della forma nelle sue varie materialità, sia essa posta nella Cerimonia del tè o della calligrafia o nella fabbricazione degli oggetti di tradizionale uso, considerati come patrimonio imprescindibile del Paese.
Fatte le necessarie e dovute, nonché numerosissime differenze, questo senso delle cose si può afferrare quando si disegna dopo aver tanto disegnato, (anche male agli inizi…) da lasciare che lo strumento-disegno permetta di entrare in quello che si sta disegnando.
E ci vuole il disegno di mano penna matita carta e poca gomma, e la consapevolezza che la fatica non è in utile.
Questo mio pensiero è di una banalità talmente tale da essere fraintesa, sempre da quelli distratti, con la botta di genialità. Mentre credo che il genio vero non vuole il risultato tutto e subito con mossa creativa. Ecco, non si crea nulla , e ciò che il creativo crea sovente è una cavolata all’interno di un clichet.
Mentre il genio si assoggetta a pratica e disciplina non per farsi del male con moralistico cilicio artistico, ma per raggiungere lo stadio in cui il suo agire ha piena disposizione della sua capacità, anche critica, di esprimersi.”

M.M.

… e insieme ci rinvia ad un’indimenticabile lezione “americana” di Calvino …

Scritto da Giorgio Muratore

25 febbraio 2009 alle 19:41

Pubblicato in Architettura

Lo Stato è stato … Settis abbandona … peccato …

ante

L’Archeologo … il Poeta … il Pompiere … la polpetta e la salsiccia …

L’Unità di oggi, a firma di Stefano Miliani, titola:
Scontro ai Beni Culturali si dimette Salvatore Settis:
stanno privatizzando tutto
” …

“Terremoto ai beni culturali. Il presidente del Consiglio superiore Salvatore Settis si è dimesso dalla carica alla riunione convocata nel primo pomeriggio di mercoledì 25 febbraio …

La miccia che ha scatenato il conflitto?
Un’intervista rilasciata dal professore, archeologo, preside della Normale di Pisa, a l’Espresso, in cui parlava di pessima gestione dei beni culturali, dei musei, criticava una volta di più la nomina di un manager a guida dei musei statali, criticava la decisione di mettere un commissario alle soprintendenze archeologiche di Roma e Ostia, criticava una filosofia di fondo che, a suo giudizio – ed è un parere fondato sui fatti – mette profondamente in discussione il ruolo pubblico su un aspetto fondamentale, quello della tutela del patrimonio artistico, da parte dello Stato.

Già in precedenza c’era stato scontro: sulla decisione ministeriale di creare una direzione per la valorizzazione dei musei affidandola a un manager come Mario Resca di provata esperienza nel suo campo, da McDonald’s ad altre aziende, ma nessuna nel mondo delle arti …

Infine, la contromossa del Ministro … che … ha nominato il professore Andrea Carandini Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali …”

Lo confessiamo: … ci piaceva di più Salvatore …
ché l’Andrea … dopo il Pincio … ci piace punto …

post

Scritto da Giorgio Muratore

25 febbraio 2009 alle 18:37

Pubblicato in Architettura

Sir Norman … chiude Istambul e Berlino … poverino …

pecoreecarbone

Un misterioso … “iaakuza” che, pur nell’anonimato, comunque e naturalmente ringraziamo … ci invia questa notizia “di stagione” …

“Egregio Prof. Muratore, la crisi si fa davvero sentire dappertutto. Le suggerisco questo articolo:

http://www.bdonline.co.uk/story.asp?sectioncode=426&storycode=3133727

Il buon vecchio Sir Foster, dopo aver detto trionfalmente il passato ottobre che il suo studio non avrebbe mai licenziato nessuno, la scorsa settimana pubblicamente annuncia la chiusura degli uffici di Berlino e Istanbul (per un totale di 400 persone). Che sia in fondo un buon segno?
Saluti”

L’articolo fa impressione e la notizia è di quelle che potrebbero fare epoca, …
ma, ormai, siamo abituati a veder chiudere una banca al giorno … e quindi non ci meraviglieremo più di tanto se anche qualche super-architetto sarà costretto a chiudere qualche agenzia periferica …
certo che non possiamo rallegrarcene, … ma non ne piangeremo neppure …
e siamo sicuri che nel prossimo futuro ci si prospetterà una serie cospicua di “crisi” salutari … e tanti computer da rottamare …
quanto poi al “buon vecchio Sire”, … per esperienza personale, … possiamo dire che tanto “buono” … non ci è mai parso proprio … anzi … un vero Lupo …
e per noi che amiamo i tratturi … e il carboncino …

Scritto da Giorgio Muratore

23 febbraio 2009 alle 18:45

Pubblicato in Architettura

Paesaggi giapponesi …

TOKO SHINODA RELATIVITY

Emanuele Arteniesi, … reduce appena dall’altro lato di via Gramsci … dove accadono spesso cose misteriose, … magnifiche e … tanto lontane da noi …
ci invia queste sue impressioni …

“Caro professore, il lato opposto di Via Gramsci è spesso stato il migliore…
Prezioso l’Istituto Giapponese di Cultura che ha sempre avuto un ricchissimo programma.
Proprio in questi giorni ospita una bella mostra sull’artista Toko Shinoda dal titolo ” la linea e lo spazio” in cui sono esposti alcuni tra i più recenti lavori della pittrice insieme ad altri datati alla fine degli anni sessanta. Una maestria tecnica della gestualità pittorica risalente agli studi della calligrafia tradizionale. Studi che venivano messi in discussione fin dagli anni cinquanta con l’esperienza della pittrice a New York a stretto contatto con l’ambiente dell’action panting e del color field. Una sintesi tra le tradizioni giapponesi e le esperienze più attuali europee ed americane spesso a loro volta influenzate dal Giappone, quelle di Rothko, Hartung, Kline…Gli esiti di queste esperienze sono opere in cui il potente segno pittorico è radicato nella tecnica di preparazione degli inchiostri per le calligrafie e si manifesta con la freschezza che spesso brilla dai componimenti poetici Haiku. Ed infatti nel segno, spesso costruito su fondi argentati o dorati che riflettono la luce della sala, affiorano rimandi alla realtà sensibile, alla materia del legno per esempio.
Davvero superbo il lavoro dell’istituto. Un paio d’anni fa ospitava un’altra bella mostra questa volta dal titolo “L’estetica del sapore”. In questi tempi in cui sul lato affollato di Via Gramsci le semiotiche, i concetti e i proggetti sembrano spesso impazzire e in cui si arriva a presentare un progetto di tesi di un futur-fitness-center con la sabbia del giardino in riva al mare fissata con la colla… Sembra urgere nuovamente saldare il Fare e il Conoscere alla matericità se stiamo continuando a parlare di Architettura…
E allora voglio riportare l’introduzione a quella mostra, ” La tavola come paesaggio. Le dimensioni del gusto giapponese” di Fabio Parasecoli:

L’estetica del sapore: un titolo quanto mai appropriato per una mostra sugli oggetti della gastronomia giapponese. D’altra parte l’origine greca della parola “estetica” fa riferimento all’esperienza della percezione nella sua globalità, sensa limitazioni a un senso particolare. E proprio questa multidimensionalità sensoriale risulta essere forse la caratteristica più originale dell’arte culinaria nipponica, quanto meno nelle sue forme più tradizionali. Sapore, aromi, colori e forme, persino gli elementi tattili legati agli oggetti della tavola fanno del pasto in stile giapponese un’esperienza al tempo stesso profondamente corporea ma anche riflessiva ed emotiva. Certo, anche il Giappone, già esposto ad un processo di modernizzazione improvviso e rapido dalla seconda metà dell’Ottocento, è parte integrante dei processi di globalizzazione e, spesso, della conseguente spinta all’uniformità che caratterizzano questo principio di XXI secolo. (…)
In questo senso si può affermare che oggi, in Giappone, il gusto va inteso non solo come sapore ma soprattutto conoscenza e apprezzamento del sapore stesso e del mondo ad esso legato. I gusto, in quanto costruito culturalmente, si apprende. Lo dimostra il fatto che il modo stesso in cui categorizziamo i sapori, ad esempio, cambia da cultura a cultura. Ed il gusto è spesso utilizzato socialmente per testare il capitale culturale degli individui, la misura in cui sono in grado di comprendere, utilizzare, ed esteriorizzare riferimenti culturali ritenuti imprescindibili, impiegando allusioni, idee e simboli.
Nella tradizione culinaria giapponese, profondamente influenzata da principi di origine shintoista e buddhista ( in particolare Zen) e dalla diffusione ed adattamento di questi negli ambienti borghesi a partire dal XVII secolo, l’aspetto estetico dell’alimentazione è stato codificato così da prendere in considerazione l’interazione dei commensali e il loro linguaggio corporeo, la disposizione degli oggetti sulla tavola, gli ingredienti (che spesso riflettono tempo, stagione e altri elementi culturali), i loro tagli e cotture, e persino l’armonia con cui gli ingredienti stessi sono disposti in piatti e ciotole, che diventano oggetto di un vero e proprio studio, il moritsuke.
In questo contesto così complesso e stratificato i contenitori devono adattarsi al contenuto, non solo alla funzione che svolgono. Inoltre, per le modalità stesse di consumo delle pietanze, e come conseguenza delle loro preparazioni, modalità di taglio e consistenze, i giapponesi toccano e maneggiano molto di più gli oggetti della tavola, ad esempio prendendo in mano la ciotola del riso o portando verso la bocca certi recipienti, o scambiandosi la tazza nella cerimonia del té. Fra l’altro, ciò mette in bella vista parti degli oggetti che magari in altre culture non si noterebbero, come la parte inferiore di piatti e ciotole. In qualche modo, la tavola e tutto quanto essa contiene divengono un vero e proprio paesaggio che viene organizzato secondo principi simili a quelli che regolano l’ikebana, l’arte della composizione floreale, la disposizione dei giardini tradizionali, o le composizioni pittoriche raffiguranti la natura e lo scorrere del tempo. (…)”

E.A.

P.S. … riservato agli indigeni:

chissà … se qualche giapponese … si è mai affacciato sulla “lavatrice”? …

sarebbe interessante registrarne i commenti …

Scritto da Giorgio Muratore

23 febbraio 2009 alle 17:23

Pubblicato in Architettura

Guarini … seconda risposta …

Isabella Guarini … seconda risposta a Salingaros …

Critica al regionalismo critico

“Le premesse, contenute nella mia prima risposta con postilla, mi aiutano nel dire ciò che penso del “critical regionalism” e delle sue conseguenze sull’insegnamento dell’architettura, come disciplina storica e compositiva. Salingaros descrive bene il processo filosofico che sottende tale criterio di classificazione dell’architettura moderna, mentre io faccio esplicito riferimento al capitolo sul “critical regionalism” nella Storia dell’Architettura moderna di K. Frampton. Per me l’espressione “critical regionalism” è un ossimoro, ovvero affermazione e negazione al tempo stesso, che non è applicabile all’architettura in quanto costruzione concreta dell’esistenza stessa degli esseri umani: costruisco per abitare, quindi esisto. Da ciò escludo che si possa classificare un modo di essere dell’architettura nella combinazione di due termini che si elidono a vicenda. Nella introduzione al capitolo sul “critical regionalism” Frampton riporta la tesi di Paul Ricoeur sostenitore della necessità di modernizzazione delle culture regionali attraverso l’apporto esterno di altre culture. Dunque, si sostiene che per entrare nella modernità bisogna pagare il tributo alla diversità, o meglio bisogna farsi colonizzare pacificamente. Tuttavia, nell’applicazione di una proposizione filosofica al fare architettonico, il risultato appare limitato all’uso delle tecnologie industriali, uguali in tutto il mondo, associate con quelle locali. Il limite di una tale riduzione dell’architettura sta non solo nella negazione dell’autonoma capacità delle varie culture di evolversi, ma anche nel considerare l’architettura in sé come manufatto senza alcuna relazione con il paesaggio naturale e artificiale in cui risiede la memoria identitaria. Quando visitiamo la dissepolta città di Pompei , abbiamo la visione della casa e della città al momento dell’eruzione del 79 dopo Cristo. Se, invece, camminiamo per i Decumani di Napoli, quelli della sua fondazione che ancora esistono con tutto il peso delle trasformazioni in 2500 anni, non possiamo riconoscere
l‘antica casa romana come era quella pompeiana, ma ne avvertiamo l’esistenza dalla relazione con la struttura urbanistica rimasta immutata. Penso sinceramente che il “critical regionalism” sia stato solo un anticipatore del decostruttivismo globalizzante attuale.
Il problema è come trasmettere tutto ciò agli studenti, dominati dall’establishment virtuale!”

I.G.

Scritto da Giorgio Muratore

20 febbraio 2009 alle 19:24

Pubblicato in Architettura

Nikos … Vs. “Critical Regionalism” … (2)


Proponents of this self-contradictory ideology assert that vernacular tradition and culture are dead, and that henceforth, regional architecture must adapt to modernist uniformization. They proclaim that the patterns and practices from which a region’s identity is derived are mere “nostalgia”, and instead recommend the abstract aesthetics of international modernism (Cassidy, 2007). Any architectural expression, other than those possible within the restricted modernist aesthetic, is rejected. Those writers’ avowed intention is to create forms that do not belong to the vernacular form language. What results from this schizophrenic approach is not regional architecture in any sense, but a set of self-referential objects detached from their cultural roots, created and manipulated without regard to their regional context. (One occasionally sees an attempt at site-specific climatic adaptation, but nothing more).
Teachers thus use purely ideological arguments to validate a narrow set of design styles for students. That is as wrong as it is unsupported. It is only a means to further sustain a cult ideology that has dominated architectural education for the past several decades. The point is that good architecture and urbanism have nothing to do with political beliefs. Worst of all, teachers apply techniques learned from political ideologues to coerce students and other academics into intellectual submission. Such forms of censorship are typical of a system that considers itself above all others. It gives itself the authority to re-frame every member’s worldview. Whenever evidence is ignored, and is substituted by the irrational, that creates dogma. This erroneous style of teaching has become solidly established in today’s system.
One way to maintain the mystique of “architecture as an art” was to embrace ever more abstruse and incomprehensible texts, so as to shield the discipline’s shaky intellectual core from outside scrutiny. This obsession (or defensive tactic) has led architecture to embrace the nihilistic and deconstructive philosophers. Having architecture students read Derridean and Deleuzean philosophical texts disorients them, breaking down their critical faculties. Such disorientation could in fact be deliberate: a necessary psychological preparation for imprinting stylistic preferences in their minds (Salingaros, 2004). Throwing the burden of teaching architects onto obscure philosophical texts enables architecture schools to endorse a very narrow set of design styles, embracing those currently in fashion.
The common justification given for studying philosophy is that architecture and urbanism are intimately tied to social phenomena, so that philosophy prepares a student to confront architectural problems. This explanation is a subterfuge, however, operating more as a means to avoid teaching architecture to students directly. The modernist teaching method, wherein all useful derived knowledge is thrown out in the tabula rasa approach, cannot openly admit that architectural and urban knowledge ever existed. If it did, then someone would have to explain how over 2,000 years of knowledge was lost, discarded, or ignored during the modernists’ 70-year reign. By diverting architecture students towards carefully selected philosophical authors, this action conveniently covers up the deliberate avoidance of any genuine, newly-derived or historically-relevant architectural theory.
So much of what now passes for “architectural theory” is therefore little more than doctrine. It conditions students to have absolute faith in a body of beliefs established in the absence of real-world criteria. Those beliefs set up the student’s worldview as shaped by the dynamics of in-group affiliation: a cognitive filter that bends information to fit, and rejects information that does not fit. Architectural education must in the future clearly separate architecture from politics, and also separate architecture from self-referential philosophy. Only teachers can train their students to do this. Both teachers and students can achieve this clarity of thought only after they understand the genuine theoretical basis of architecture, expressed in strictly architectural terms. Schools have a responsibility to teach a genuinely architectural basis for design.
Architecture students should ultimately study philosophy, but that is productive once they have formed a basis of what is really going on in architecture. And the philosophy they study has to be positive and humanistic. Many philosophers throughout history emphasize the necessity for human beings to connect to the universe, but architects hardly ever study those authors. Intelligence-Based Design has deep philosophical foundations. Humanly-adaptive architecture and urbanism arise out of a respect for humanity’s higher meaning in an infinite universe. There exists a vast body of philosophical work connecting humanity both with nature and with the sublime. One of our recommended texts, The Luminous Ground (Alexander, 2004) establishes a genuine philosophical foundation for an adaptive architecture.
Philosophers whose writings are essential for the sustainability of humankind try to understand otherwise puzzling human actions outside a strictly scientific framework. They help us to delineate good from bad in human activities. This historical notion of “morality” recurs throughout the traditional treatises on philosophy of the entire world. Numerous contemporary philosophers celebrate life and the sacredness of humanity. Traditional religious texts are founded upon morality stories that help humanity to see beyond the limitations of human beings existing as animals or purely subjective beings. But none of this is ever incorporated into architectural teaching today — which still turns to the same peculiar handful of (Western) philosophers, relying upon them to justify “architecture for architecture’s sake”. Judging by how inhuman its forms are, the driving ideology is purely nihilistic, even as it serves global capital.
The separation between nihilism and humanism is total and uncompromising, however. We have to choose very carefully which philosophers, and which texts to offer students for their reading assignments. A school cannot abrogate its responsibility by teaching architecture as a set of self-serving beliefs. In the twentieth century, architecture became a mass movement under the influence of leading architects who exploited specific philosophical texts to support their ideals and to promote themselves (Salingaros, 2004). Architecture detached itself from any higher order in human existence, turning away from both nature and from the sacred. It was the first time in human history that humans began to intentionally create unnatural structures that are uncomfortable to inhabit and to experience.

Section of “Intelligence-Based Design: A Sustainable Foundation for Worldwide Architectural Education” by Nikos A. Salingaros & Kenneth G. Masden II, ArchNet-IJAR: International Journal of Architectural Research, Volume 2, Issue 1 (March 2008), pages 129-188.

Scritto da Giorgio Muratore

19 febbraio 2009 alle 18:24

Pubblicato in Architettura

Attivismo capitolino …

attivismocapitolino

Scritto da Giorgio Muratore

19 febbraio 2009 alle 09:01

Pubblicato in Architettura

Il futuro è …

futuroitaliano

Scritto da Giorgio Muratore

19 febbraio 2009 alle 09:00

Pubblicato in Architettura

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