Archiwatch

Il Blog di Giorgio Muratore

Archivio per marzo 2009

Valente “futurista” … il Carro di Tespi compie ottant’anni …

tespi1

Il Carro di Tespi …

uno degli episodi più rilevanti e peraltro sottovalutati della cultura italiana del novecento …
crocevia della cultura europea …
compie ottant’anni …

Antonio Valente …

da Le Vieux Colombier al Teatro degli Indipendenti …

da Copeau a Craig, da Bakst a Brecht …

da Loos a Kiesler, da Savinio a Diaghileff …

da Gropius a Schlemmer, da Moholy Nagy a Piscator …

da Bragaglia a Prampolini, da Libera a De Renzi …

quindi: …

dall’O.N.D. al Fun Palace …

da “Sturm” agli “Archigram” …

da Antonio Valente a Cedric Price … il passo è breve …

quando si dice “dopolavoro” …

un “capolavoro” … futurista …

tespi2

Scritto da Giorgio Muratore

31 marzo 2009 alle 11:56

Pubblicato in Architettura

La balena … nella rete …

spiaggiatapo

Emanuele Arteniesi ci invia questo, solo apparentemente improvvisato, dialogo-collage: …

Difficile dialogo tra Deleuze e Melville sull’apparizione della balena …

In attesa di sapere come la pensa Dino Formaggio …

Deleuze:” l’indifferenza ha due aspetti: l’abisso indifferenziato, il nero niente, l’animale indeterminato in cui tutto è dissolto; e insieme il bianco niente, la superficie ridivenuta calma in cui fluttuano determinazioni slegate, come membra sparse, teste decollate, braccia prive di di spalle, occhi senza fronte. L’indeterminato è del tutto indifferente, ma le determinazioni fluttuanti non lo sono meno le une rispetto alle altre. bisogna chiedersi se la differenza funge da intermediaria tra codesti due estremi.”…

…agli idealisti hegeliani fischiano le orecchie, i primatisti dell’identità che definiscono il mondo della rappresentazione trattengono il fiato…

…” oppure non è essa il solo estremo, il solo momento della presenza e della precisione? la differenza è lo stato in cui si può parlare delLA determinazione. la differenza “tra” due cose è soltanto empirica, mentre estrinseche sono le determinazioni corrispondenti. Senonchè in luogo di una cosa che si distingue da un’altra, immaginiamo qualcosa che si distingua, eppure ciò da cui si distingue non si distingua da essa”…

…Mies fa spallucce, lui è un progettista del suo tempo e legge Tommaso d’Aquino…

…”il lampo per esempio si distingue dal cielo nero, ma deve portarlo con sé, come se si distinguesse da ciò che non si distingue. si direbbe che il fondo sale alla superficie, senza cessare di essere fondo. c’è qualcosa di crudele, e anche di mostruoso, da una parte e dall’altra, in questa lotta contro un’avversario, in cui il distinto si oppone a qualcosa che non può da esso distinguersi e che continua a coniugarsi con ciò che da esso si separa”..

… pile di maschere cominciano a schiamazzare mischiando i fogli dimostrativi di Gropius s’inceppa il power point…

Melville divertito lascia Ismaele raccontare come può, lui è il primogenito di Abramo, bastardo cacciato nel deserto, fra altri reietti. un uomo non del proprio tempo, un inattuale:
” Era un pomeriggio annuvolato e afoso: i marinai gironzolavano pigramente per i ponti o fissavano l’occhio vuoto sull’acqua color del piombo. Quiqueg ed io eravamo placidamente occupati a intrecciare ciò che si chiama una stuoia a sciabola, per l’equipaggiamento aggiuntivo della lancia. tanto quieta e sommessa, e forse in qualche modo presaga, era tutta la scena e un tale incanto d’orgia covava nell’aria che ogni marinaio, in silenzio, pareva disciolto nel proprio io invisibile.
Io ero il servo , o paggio, di Quiqueg, in quel lavoro. Mentre continuavo a far passare e ripassare la riempitura o trama di merlino tra le lunghe filacce dell’ordito, adoperando le mani come spola, e mentre Quiqueg, messo di fianco, di tanto in tanto cacciava la pesante sciabola di quercia tra i fili e guardando pigramente sull’acqua spingeva a posto, noncurante e distratto, le filacce: una così strana aria di sogno, ripeto, regnava in quel mentre su tutta la nave e sul mare, rotta soltanto dall’intermittente colpo sordo della sciabola, che quello pareva fosse il telaio del Tempo e io stesso una spola macchinalmente assorta a tessere e ritessere i Fati”…

…Il primo ufficiale Semper , lasciato il comandante Riegl ai suoi monumentali intenti di tracciare piste sull’acqua, alla sua ossessiva Kunstwollen sete di vendetta, si avvicina incuriosito…

… “ecco i fili immobili dell’ordito, soggetti solo a un’unica, sempre uguale, immutabile vibrazione, e quella vibrazione era calcolata a permettere appena appena l’incrocio di altri fili coi suoi. Quest’ordito pareva la Necessità; ed ecco, pensavo, io con le mie mani manovro la mia spola  e intreccio il mio destino in questi fili inalterabili. intanto la sciabola istintiva e indifferente di Quiqueg, che talvolta colpiva la trama o per obliquo o per storto, o troppo forte o troppo piano, come dà il caso, e con questa differenza nel colpo conclusivo produceva un corrispondente contrasto nell’aspetto ultimo del tessuto terminato: la sciabola di questo selvaggio, pensavo, che così definitivamente foggia e aggiusta trama e ordito, questa sciabola facile e indifferente deve essere il Caso: sì, il caso, il libero arbitrio e la necessità, in nessun modo incompatibili, che tutti, intrecciandosi, lavorano insieme.

Stavamo così tessendo e ritessendo, quando io trasalii a un suono tanto bizzarro, tanto prolungato e musicalmente selvaggio e ultra terreno, che il gomitolo del libero arbitrio mi sfuggì dalla mano e stetti a guardare le nubi donde quella voce scendeva come un’ala. In alto , arriva sulla crocetta, c’era quel matto Capo Allegro, Tashtego. Sporgeva innanzi avidamente il corpo, con la mano allungata come una bacchetta magica e a brevi intervalli scattanti continuava le sue grida. – Laggiù soffia! là! la! là! soffia!”…

… il miracolo, la catastrofe, la balena.

Deleuze: ” la differenza non implica il negativo, la differenza e la ripetizione hanno preso il posto dell’identico e del negativo, dell’identità e della contraddizione. il primato dell’identità definisce il mondo della rappresentazione. Ma il pensiero moderno nasce da un fallimento della rappresentazione. Il mondo moderno è il mondo dei simulacri.
La differenza come catastrofe non testimonia appunto di un fondo ribelle irriducibile che continua ad agire sotto l’equilibrio apparente della rappresentazione organica?”…

… Il lampo, la balena.. Ma la cultura “mainstream” procede ancora verso le riduzioni, le declaratorie…lo spirito del tempo e si discutono le leggi. Le generalità del Movimento moderno non dimostrano più niente… I silos americani chissà in che condizioni erano già al momento delle foto poi ritoccate da Le Corbusier…Le foto ritagliate di Katsura con l’esclusione dei tetti tessuti … per i testi di Gropius sul Giappone del 1960… Solo nel 1983 sono state pubblicate le immagini complete, più “ambigue” per i modernisti, per i testi di Isozaki…
Un secolo di riduzionismo e ideologia… e Semper l’aveva detto che la tessitura era la più antica forma di artigianato cosmogonico, come la costruzione giapponese… costruire come coltivare…lui è andato in crisi, non capiva il simulacro…
Sarebbe ora di tornare ai campi dell’architettura… E che qualche architetto si annoi definitivamente del suo impiego nei servizi e magari vada a dare una mano a chi tenta di costruire insediamenti più sani e divertenti come quelli della rete, del tessuto degli Ecovillages…la ricompensa non è facilmente quantificabile …”

E.A.
E’ proprio vero che sarebbe ora di tornare all’architettura …

Scritto da Giorgio Muratore

31 marzo 2009 alle 10:26

Pubblicato in Architettura

Scarti d’arte … il Cristo velato …

cristovelato

Riceviamo da Isabella Guarini in relazione ad una delle ultime performace partenopee: …

“Caro prof. Muratore, le invio una mia composizione, uno di quei “lampi associativi” regalati dalla memoria di fronte alla pauperitas degli eventi artistici contemporanei.

La cronaca
Nel PAN, Museo delle Arti Napoli, Palazzo Roccella, si sta svolgendo una mostra di giovani artisti che presentano opere ispirate alla cronaca del giorno prima. Lupus in fabula: il Papa interviene in Africa sui preservativi e l’Aids ed ecco a Napoli concretizzarsi il pensiero nel Crocifisso avvolto nel preservativo, proiettato su una parete del Museo civico, “Sacred love” di Sebastiano Deva. Apriti cielo! Il Sindaco di Napoli, irrompe sulla scena e ordina la rimozione dell’opera blasfema. La direttrice del PAN, Iulia Draganovic, si dimette accusando la città di Napoli di non avere rispetto per l’arte. Sic!

I commenti
Come al solito la città si divide a difesa della libertà artistica. Parole, parole. Ma la sostanza è che l’opera è davvero scomparsa sotto i colpi severi della nostra Rosetta, Sindaco.
Non entro nel merito della questione specifica sulla funzione dei Musei Civici che pure mi appassiona, perché sono distratta dalla memoria del Cristo velato di Giuseppe Sammartino, 1753, Cappella Sansevero in Napoli. Quando, da matricola, vidi per la prima volta la scultura nella penombra della misteriosa Cappella del Principe alchimista, fui presa dalla paura perché per raggiungere tanta perfezione nella rappresentazione del Cristo velato attraverso il marmo, ci doveva essere stato per forza qualcosa di misterioso. Infatti, sono tante le leggende noir su il Principe di Sansevero che per costruire la Cappella, tutta in marmo , dilapidò il patrimonio di famiglia. Sono ritornata più volte a osservare il Cristo velato convincendomi sempre di più che è un’opera di rara fattura e irraggiungibile bellezza. E ora che tracollo: il Cristo crocifisso è velato sì, ma da un condom di plastica. Scarti d’arte dell’era globale!”

I.G.

Scritto da Giorgio Muratore

30 marzo 2009 alle 20:08

Pubblicato in Architettura

Salviamo Urbino dalle nuove “porte” …

Riceviamo da Paola Ghirotti questa emblematica segnalazione sullo stato di salute delle nostre città … d’arte …

“Buongiorno Professore,
Le sottopongo questa notizia: “Entro due anni saranno ultimati il parcheggio di Nuova Porta Santa Lucia e l’area polifunzionale del Nuovo Consorzio. Lo ha confermato il sindaco di Urbino Franco Corbucci nell’ambito dell’inaugurazione della mostra “Le nuove porte di Urbino” dove sono state esposte le tavole che illustrano le tappe e le proiezioni in grafica tridimensionale dei due progetti, attualmente in corso di realizzazione. Il parcheggio di Nuova Porta Santa Lucia sarà di cinque piani per un totale di 544 posti auto e avrà altri quattro piani di centro commerciale. Il Nuovo Consorzio ospiterà, oltre che negozi, anche uffici e spazi ricreativi.
All’inaugurazione sono intervenuti anche Sauro Dottori, amministratore delegato della ditta che ha in appalto il progetto e Roberta Bartoletti, segretario scientifico del Laboratorio di ricerca sulla comunicazione avanzata (LaRiCa) della facoltà di Sociologia dell’università di Urbino, che ha condotto un’indagine sulla percezione della popolazione riguardo ai due progetti. È risultato che gli urbinati sentono effettivamente l’esigenza di attività commerciali diversificate e più spazi ricreativi. (er.pa.) “

Non si può fare nulla per fermare questo scempio?

Sono reduce da Urbino dove è un piacere calpestare piazza Duca Federico,
il cui rifacimento è stato attuato seguendo un percorso filologico corretto.

Saluti cordiali”
Paola Ghirotti

e pensare che qualcuno già si lamentava per gli interventi di De Carlo …

Scritto da Giorgio Muratore

30 marzo 2009 alle 16:30

Pubblicato in Architettura

Da Clara … per Julio …

essojulio

Da Clara Tosi, con la quale condividiamo, da sempre, alcune interstiziali passioni romanesche, riceviamo e volentieri vi giriamo: …
I PALAZZI DELLA ESSO COME IL GRANDE TORINO

“Il Grande Torino è l’ultimo film di Clint Eastwood: é’ la storia di un vecchio che difende la sua macchina perchè per lui significa molto.
Mi piacerebbe tanto poter usare argomenti come il rispetto delle cose degli altri, o la considerazione per la storia delle stesse cose, che siano auto o palazzi, ma certi termini non vengono più riconosciuti, come i segni di un codice a barre scaduto che la macchina politica e economica non legge e rifiuta. Il Grande Torino sta andando bene al cinema, è la storia di un vecchio come quello scelto dalla Coca Cola plirucentenario: sono belli, ricchi di ricchezze che non si comprano, ricchi di storia.
Io ho avuto il privilegio di vivere a stretto contatto con Julio Lafuente, di ascoltarlo, di vedere i suoi disegni (veri su tecnigrafo), di raccogliere alcuni suoi ricordi professionali per un libro che raccontava la sua attività di architetto a Roma.
E’ un signore elegante come lo sono certi spagnoli, fa pensare a Balenciaga ma anche a Manolete, seri, soprattutto seri, rigorosi e composti anche mentre fanno un abito da sera o affrontano un toro.
Pensava dopo la guerra di passare da Roma per andare in America, ma Roma nel 1947 era una trappola per intellettuali e artisti e lui come Pietro Consagra, Federico Fellini e tanti altri qui c’è rimasto per sempre.
Lavora  subito in uno degli studi migliori di quegli anni da Amedeo Luccichenti e Vincenzo Monaco, le palazzine romane cambiano aspetto grazie alla sua mano, è lui che supera il vecchio sistema dei lunghi corridoi e cerca di diramare la planimetrie dell’appartamento dal centro. Conosce l’architettura ed è libero da convenzioni culturali borghesi, è artista al punto giusto e quando disegna per fortuna scrive planta così che diventa facile capire che fossero proprio le sue!
Piega la cortina, incastra i mattoncini come fosse tessuto, ma proprio come Balenciaga non è mai lezioso.
La collaborazione con Rebecchini temo lo abbia relegato ad un contesto romano poco amato dalla critica comunque ha avuto grandi opportunità in una città dove ancora non c’era traccia di Auditorium o Are Pacis.
Prima di questa gaffe, perché è una gaffe nei confronti della storia dell’architettura quella che sta avvenendo, era già passato da una seria incomprensione. Il suo Terminal dell’Ostiense era partito male dall’inaugurazione quando il trenino non arrivava perché dovevano demolire alcuni marciapiedi che ne impedivano il passaggio. Fino ad essere boicottato dalle lobby dei tassisti che perdevano le corse a Fiumicino. Fino a diventare un pachiderma, un cetaceo arenato in un parcheggio illuminato dalle luci felliniane del meganegozio di giocattoli che ospita.
Eppure era bello, ispirato ai mercati traianei, con la copertura in rame e le bucature tonde come quelle della Gare d’Orsay.
Ora i palazzi della Esso che potremmo anche non apprezzare completamente soprattutto perché sono rimasti ventagli architettonici in una landa disperata, famosa per i problemi di acqua nel terreno. Proprio per quella natura geologica Lafuente aveva pensato a delle strutture di fondazione uniche, forse mai viste a Roma.
Anche Fellini le aveva reputate valide come sfondo, sufficientemente surreali per lui che ricostruiva anche via Veneto!
Ho visto sul giornale che ci sono già dei ponteggi su uno dei ventagli, non so che dire, mi piacerebbe che qualcuno lo avesse almeno interpellato ma ne dubito. Allora automaticamente penso alle prove di colore che si fanno per le facciate dei condominii, penso ai condoni, ai Suv, agli impianti di condizionamento attaccati alle facciate come zecche, penso ai cafoni che toccano tutto e a quelli che celebrano il Futurismo … Lafuente lavorava con artisti come Severini facendogli fare pavimenti o pannelli per i negozi o gli androni dei palazzi che realizzava.
Clint Eastwood ha detto che questo è il suo ultimo film da interprete …”

C. T. P.

Clara ha recentemente attivato un suo blog

www.add-dress.blogspot.com

che parla di abiti e di Roma …

dove troverete notizie su qualche vecchia sarta …

magari quella che ha cucito i costumi per Donati …

che traduceva in abiti le visioni di Fellini…

Scritto da Giorgio Muratore

30 marzo 2009 alle 16:07

Pubblicato in Architettura

Alterocca … il re della cartolina … addio palazzina …

alteroccaterni

Riceviamo da Michele Giorgini questa segnalazione sull’ennesimo rischio di manomissione (un specie di “analogo” del “caso” Lafuente …), ma, questa volta … siamo a Terni: …

“Caro Giorgio,
ti allego una breve scheda sulla palazzina Alterocca di Terni le cui facciate esterne il MPS di Siena ha deciso di bonificare.
Avrebbero in sostanza deciso di demolire l’apparato decorativo sostituendolo con una versione semplificata e di più facile manutenzione. Il direttore locale si sarebbe opposto alla decisione, ma pare gli sia stato detto che non c’è nulla da fare perchè l’operato della Banca sarebbe reso libero dalla mancanza di vincoli sul bene da parte della Sovrintendenza …”

LA PALAZZINA ALTEROCCA DI TERNI  (1901-1903)

“La palazzina Alterocca di Terni, ultimata nel 1903, è una delle prime opere importanti nella carriera professionale del celebre architetto romano Cesare Bazzani (1876-1939).
Il progetto viene esposto nella mostra del Pensionato Artistico Nazionale del 1903, riportandone un lusinghiero commento da parte della critica, della stampa e dello stesso Re.
La palazzina è destinata ad ospitare le molteplici attività dell’imprenditore Virgilio Alterocca, editore, tipografo, concessionario del telefono, delle affissioni, della pubblicità, direttore di giornali, socialista, filantropo, esponente di spicco della massoneria locale.
Il nome di Alterocca diviene famoso nel mondo per il grande successo riscontrato dalla  produzione della cartolina illustrata, che raggiunge livelli di produzione sorprendenti.
Bazzani ottiene l’incarico della progettazione nel 1901, vincendo un concorso al quale partecipano rinomati artisti.
La palazzina sorge nel cuore della più rinomata strada cittadina, corso Tacito, in un’area occupata da modestissime costruzioni, che si trasforma in breve in un nuovo polo di valorizzazione urbana.
L’edificio si articola su due livelli, il piano terra dedicato alle attività economico-produttive e quindi impostato su una maggiore altezza, e il primo piano dedicato all’abitazione privata di Alterocca.
La composizione dell’insieme si avvale di elementi mutuati dalle correnti innovative dell’inizio del secolo, organizzati però secondo una visione progettuale decisamente classica, che ritma le superfici e modella i volumi secondo un’originale sintesi di tradizione e modernità, caratteristica dell’opera del primo Bazzani.

Nella trattazione delle superfici della palazzina, ordito classico e trama moderna si intessono perciò finemente: ampie pilastrature impongono un ritmo modulare di partizione dei prospetti alleggerito dall’alternanza di agili e moderne colonnine in ghisa; su tutto il volume edilizio si dispiega un’ampia e composita decorazione liberty.

La geniale composizione dell’insieme è di diretta ispirazione alle nuove esperienze romane del periodo: vi si leggono il Palazzo Chauvet di Giulio De Angelis, il Policlinico Umberto I di Giulio Podesti, il Museo dell’Agricoltura (oggi Ufficio Geologico) di Raffaele Canevari e i Magazzini Piatti (oggi salone Renault) a via Nazionale, momenti di quella corrente innovativa che segna l’architettura dell’inizio del secolo e che trova ampia eco nell’opera del primo Bazzani.
L’apparato decorativo che orna la palazzina secondo gli stilemi insieme classici e liberty è assai variegato: fasce e riquadri affrescati caratterizzano i moduli di prospetto opera del pittore reatino Antonino Calcagnadoro, formelle di ceramica policroma puntualizzano il ritmo delle pilastrature, motivi geometrici arricchiscono la gronda, ma è soprattutto la terracotta a costituire la vera e propria veste formale della palazzina. È infatti in terracotta che sono realizzati capitelli, cornici e formelle, cimase e fregi, ovuli e girali del corpo centrale, dentelli e mensole dell’attico che interrompe la gronda, antefisse e mascheroni femminili della torre. È come se alla terracotta, opera di una celebre fornace perugina, l’architetto avesse affidato il compito di rappresentare il contesto classico dell’ornamentazione, sullo sfondo del quale la ceramica, il ferro, la ghisa, e gli affreschi intonano motivi liberty.
L’ornamentazione si presta anche a una lettura in chiave di simbologia massonica: la gronda decorata e le formelle in ceramica propongono croci di S. Andrea e stelle a otto punte, la terracotta è spesso vivacizzata dall’uso del colore verde, che sottolinea in particolare le collane a grani grossi appese al collo delle figure femminili della torre e riprese nei capitelli delle lesene e delle bifore, a simboleggiare la “Vedova con i figli”, o la “Setta Verde”, allocuzioni con cui si usava alludere alla Massoneria.
Nel corso del tempo la palazzina Alterocca, più volte citata positivamente dalla critica, lodata da Paolo Portoghesi, è divenuta il punto focale di corso Tacito, il vero monumento dell’asse più significativo della città, che ha trasformato un’area degradata nel modello cui uniformare l’innovazione qualitativa del tessuto commerciale e urbano che si è andata progressivamente sviluppando.
Scampata alle distruzioni belliche la palazzina, ceduta nell’immediato dopoguerra dalla famiglia Alterocca, subisce una trasformazione pressoché completa degli spazi interni a opera dei nuovi proprietari, che soltanto otto anni dopo, nel maggio del 1953, rivendono lo stabile al Monte dei Paschi di Siena. L’istituto bancario affida all’ing. Guerrini una completa ristrutturazione dell’immobile per adeguarlo alle esigenze del servizio, e con questo nuovo assetto la palazzina giunge sino al 1989, quando viene deciso un nuovo intervento di ripristino. Lo scopo iniziale è quello di adeguare la struttura alle esigenze di un servizio bancario moderno e d’avanguardia, ma ben presto a questo obiettivo si aggiunge quello più ambizioso del recupero delle valenze estetiche e delle connotazioni spaziali dell’originario assetto dello stabile. L’operazione è attuata con buon successo nonostante la complessità di varie fasi di cantiere, come nel caso del recupero delle originali colonnine in ghisa che erano state inglobate in pilastrature di cemento armato e che vengono riscoperte con operazioni manuali per evitare danneggiamenti. Il restauro si è successivamente esteso alle superfici esterne e ha richiesto l’intervento di specialisti delle varie arti applicate, vista la ricchezza e la complessità dell’apparato decorativo.
In data odierna, marzo 2009, passati vent’anni da quel restauro la palazzina ha manifestato segni di degrado dovuti ad infiltrazioni e a lesioni e distacchi della facciata e del suo apparato decorativo.
Il Monte dei Paschi di Siena sta intervenendo per il recupero, ma le fasi iniziali dell’attività hanno già comportato danni all’apparato decorativo, inserimento di opere provvisionali di pessima fattura, e si teme che si proceda all’abbattimento di un insieme decorativo per semplificare l’opera di ripristino”.

M.G.

Scritto da Giorgio Muratore

26 marzo 2009 alle 19:13

Pubblicato in Architettura

Mister 20% …

mister20%

Scritto da Giorgio Muratore

26 marzo 2009 alle 00:31

Pubblicato in Architettura

Modelli culturali …

+20%

è nato prima … lo Spot … o il Cavaliere? …

Scritto da Giorgio Muratore

26 marzo 2009 alle 00:30

Pubblicato in Architettura

Sfondi … tossici …

tossici

Scritto da Giorgio Muratore

26 marzo 2009 alle 00:29

Pubblicato in Architettura

Salviamo Julio … nel nome di Federico …

Immagine 2

Scritto da Giorgio Muratore

26 marzo 2009 alle 00:27

Pubblicato in Architettura

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 30 other followers