Archivio per agosto 2009
Politica e ricostruzione …
Riceviamo da Pietro Barucci e molto volentieri vi giriamo queste riflessioni sui recenti eventi dell’Aquila: …
“E’ noto, per esperienze precedenti, che nel clima caotico del dopo-terremoto, inevitabilmente carico di tensioni sconvolgenti, esistono tutte le condizioni necessarie e sufficienti per assumere decisioni che poi risulteranno sbagliate.
Nel caso de L’Aquila, poco o nulla è dato conoscere delle scelte urbanistiche, economiche, psico-sociali, progettuali, costruttive (se mai siano state operate o solo sfiorate) da cui hanno preso le mosse le frenetiche lavorazioni in corso e ci si deve accontentare di qualche servizio apparso sulla stampa periodica, del tutto insoddisfacente a fronte della gravità della situazione, del numero dei senza tetto in sofferenza e dell’ingente quantitativo di risorse impegnate.
Abbiamo appreso che, quale primo programma-tampone, sono in corso di realizzazione 150 unità edilizie da 26 alloggi ciascuna, per un totale di 3900 alloggi che potrebbero ospitare una popolazione prossima ai 15.000 abitanti; programma che è ben lungi dal soddisfare le esigenze conseguenti al terremoto, ma che dovrebbe concludersi entro qualche mese, a prezzo di un immane sforzo produttivo e di una spesa non minore a 135.000 Euro per alloggio.
Sconcertanti i caratteri delle unità tipo in costruzione, ciascuna costruita su una sua propria, ciclopica “piattaforma antisismica”: un volume interrato adibito a parcheggio o depositi, costituito da due solettoni cementizi iper-armati sovrapposti, congiunti da giganteschi pilastri cilindrici in acciaio. Una sorta di suolo artificiale infinitamente rigido su cui è impostato un complesso edilizio in elevazione a tre piani, progettato e costruito con metodi speditivi, “ a secco”, con struttura metallica, sistema secondario di tamponamento in pannelli leggeri in legno-derivati e materiali sintetici di coibentazione e con largo impiego di cartongesso nelle tramezzature e finiture interne.
Un intervento che stupisce per la forte incoerenza fra i due tipi di manufatto: permanente e invasiva la base cementizia, semiprecaria la parte in elevazione. Complesso che, malgrado il carattere transitorio assegnato alle abitazioni, è responsabile di un forte e definitivo impatto ambientale dovuto appunto alla massiccia piattaforma antisismica sottostante, probabilmente sovra- dimensionata rispetto agli sforzi che deve assorbire. E che colpisce per il costo complessivo, più che doppio rispetto a quello di una normale edilizia residenziale pubblica, eseguita nel rispetto della normativa antisismica vigente.
Si deve peraltro considerare la perplessità del Geologo Franco Cavazzana, esposta nella lettera al quotidiano La Stampa del 17.08.2009 dal titolo Case antisismiche su terreni inadatti, il quale opportunamente osserva che la conclamata robustezza di queste piattaforme antisismiche potrebbe comunque non essere sufficiente senza un approfondito studio del terreno sottostante. Date le circostanze, è lecito dubitare che questo studio sia stato eseguito per le 150 piattaforme.
E’ evidente che la scelta di questa soluzione anomala è stata finalizzata al conseguimento di un risultato preciso: la rapidità della costruzione, da usare quale strumento di propaganda politica, per conseguire i quali ogni spesa è sembrata giustificata. Rapidità quasi miracolosa se confrontata con gli estenuanti tempi dell’edilizia convenzionale e tale da ottenere un esito complessivo ad effetto, di grande consenso popolare, specie se confrontato con le esperienze dei precedenti terremoti, le cui baraccopoli talvolta hanno resistito per decenni.
In attesa di verificare quale sarà l’impatto con l’utenza, momento supremo di ogni intervento urbanistico-edilizio realizzato dalla mano pubblica, non si può prescindere da un dato iniziale disarmante, la constatazione che, al momento, dopo le tendopoli, la montagna imponente di problemi generali abbia partorito il topolino delle 150 unità edilizie, basate su una trovata tecnica discutibile, costosissime, disseminate nei comuni limitrofi secondo criteri che sfuggono alla pubblica opinione. Più che un contributo alla ricomposizione del tessuto sociale, forse ne produrranno il definitivo sfaldamento.
Sembra perciò che si tratti di una scelta precipitosa e incolta, un colpo di mano, e che le disprezzate baraccopoli, a suo tempo provvidenziali nel caso del Friuli, sarebbero state disponibili molto prima delle unità adottate, sarebbero costate enormemente meno, non avrebbero ingombrato irreversibilmente il territorio, avrebbero concesso un lasso di tempo necessario alla ponderazione, all’intervento della cultura, del professionismo, che per il momento sono stati lasciati fuori della porta, forse definitivamente.
Restano difatti scoperti tutti gli altri aspetti fondamentali dell’operazione, quelli più propriamente disciplinari, che vanno dalle scelte urbanistiche di localizzazione degli interventi, del loro inquadramento territoriale e del rapporto funzionale con le preesistenze, alle questioni squisitamente architettoniche relative alla ambientazione e alla ricerca dei caratteri più consoni all’inserimento in un’area di notevole pregio storico-culturale quale quella aquilana.
Per non parlare del problema infinito del recupero del Centro Storico, appena abbozzato in termini burocratico-economici e tutto da scoprire sotto il profilo storico, architettonico e socio-culturale.
Si deve osservare che l’impianto generale dell’iniziativa, fino ad oggi, non ha tenuto alcun conto della cultura urbanistica di questo Paese, delle sue storiche, sofferte esperienze nel campo dell’edilizia pubblica, della maturità raggiunta nel campo psico-sociale, dell’interesse tuttora vivissimo nei principali atenei italiani per i problemi del costruire e degli interventi nel territorio, dei meriti acquisiti nel campo del recupero edilizio, dell’esistenza di istituzioni e organismi altamente qualificati sul piano culturale e tecnico, riconosciuti anche a livello internazionale.
La ricostruzione de L’Aquila non dovrebbe restare, così come sembra avviata, un problema di protezione civile, da Vigili del Fuoco (ancorché benemeriti), affrontato su basi rigidamente politico-economiche, organizzative, di tecnica costruttiva, militarizzate e platealmente miranti a conseguire risultati elettorali.
Forse sarebbe il momento di deporre l’elmo protettivo da soccorritore, di guardarsi intorno, prima che sia troppo tardi, e aprire il campo ai contributi della ricerca culturale, delle competenze specialistiche, della professionismo colto e avanzato, e della partecipazione democratica, contributi da concepire come risorse e non come intralci da eliminare.
Ma esistono le cosiddette “condizioni politiche” per un simile gesto? Dato l’imperante “decisionismo”, termine ambiguo pericolosamente sbandierato fin dai tempi del craxismo, sembra del tutto improbabile.“
Pietro Barucci
Orbetello, agosto 2009
Il sogno di una casa … di un lavoro … di una famiglia …
Riceviamo da Giuseppe Gabriele e volentieri vi giriamo:
“La casa popolare oggi in Italia
pensieri in una notte di mezza estate
Leggevo qualche tempo fa e riflettevo sulle percentuali di social housing nella “casa comune europea”: 4% di edilizia pubblica in Italia contro quasi il 40% in Olanda…
In compenso abbiamo una quantità enorme di riviste di architettura patinate passerelle delle archistar e numerosissimi architetti che insegnamo nelle scuole medie perché privi di lavoro professionale..
Leggevo qualche tempo fa e riflettevo su una data importante nella storia dell’architettura: l’anno 1930, in quell’anno furono progettate e realizzate in Europa tre abitazioni paradigmatiche dell’idea di moderno in architettura la Ville Savoje di Le Corbusier, la casa Tugendhat di Mies Van der Rohe, e la casa Muller di Loos.
Le prime due sono presenti in tutte le storie dell’architettura moderna, ed hanno fatto scuola, entrambi sono state abbandonate dai rispettivi proprietari perché sovradimensionate e non rispondenti ai fondamentali requisiti di abitabilità, ma ad un’idea astratta di modernità, la casa di Loos molto meno pubblicata e molto più capace conciliare tradizione e innovazione, è abitata senza soluzioni di continuità.
E’ qui forse che bisogna cercare le radici della degenerazione dell’architettura di oggi?
Lo stesso Loos combatteva in quegli anni un ardua battaglia con la municipalità di Vienna perché proponeva un’idea di architettura popolare realmente rispondente alle esigenze delle classi lavoratrici, semplice e concreta, lontana dagli ideologismi che hanno portato a realizzare i famosi Hofe che di popolare non hanno nulla. Il vincitore del Nobel dell’architettura dello scorso anno J. Nouvel, una superstar della scena mondiale, in un intervento di edilizia sovvenzionata per Vienna qualche anno fa ha sostanzialmente riproposto le stesse tipologie ideate da Loos a distanza di parecchi decenni.
Non voglio fare l’apologia di quest’ultimo come d’altro canto non voglio disconoscere la genialità di Le Corbusier o Mies, ma l’abitare è un’altra cosa e nessuno meglio di Loos lo ha compreso nel 900, sia che fosse un abitare aristocratico, borghese o operaio.
Nelle Siedlung viennesi degli anni 20 Loos proponeva delle soluzioni ancora oggi attualissime in questo periodo di crisi simile per tanti versi a quello in cui egli operava seguente il crollo dell’impero austriaco.
Prevedeva che le case fossero autocostruite con un’assistenza tecnica, delle varianti ai rigidi regolamenti edilizi, una dotazione di orti capace di assicurare la sussistenza degli abitanti, il compostaggio dei rifiuti organici etc. insomma quell’architettura sostenibile di cui tanto si parla in Italia oggi. Certo dietro c’è un’idea di città diffusa a bassa densità, ma è ancora proponibile la città dei blocchi edilizi multipiano, questi “incubi ad aria condizionata” in cui tutti viviamo?
P.S.:
Ricordo, anche se è un ricordo un po’ vago, che da piccolo un giorno venne in casa un signore che mi affidò un piccolo salvadanaio in legno a forma di casa nel quale mi invitò a mettere i miei risparmi ed un libretto per poi depositarli in banca.
Anche questo rientrava nel progetto I.N.A.Casa: il risparmio per finanziare la costruzione di abitazioni e credo che da quel piano voluto da Fanfani siano sorti i più bei brani di città nell’ Italia del 900. Continuo a pensare che risparmio, casa, lavoro,famiglia siano fatti concatenati .
Cordiali saluti”
Giuseppe Gabriele
Trapani
Ceci n’est pas une eglise …
Cristiano Cossu ha ritrovato casualmente e ci invia: …
“Buonasera Professore, casualmente ho ritrovato questa foto scattata tempo fa nell’aretino, durante un lavoro sulle chiese contemporanee …
Sicuramente opera di un architetto ateo e nemmeno un pò devoto.
Ceci n’est pas une eglise …
arrivederci”
C.C.
A Marziale Desiderio … capomastro …
E’ stata smontata oggi domenica 1 agosto l’installazione “Magia caprese” di Lugi Grossi, fine art quartieri spagnoli Naples. Per una improbabile vista su Napoli all’in/Grossi dalla piazzetta by night caprese. Anche le pizzette son finite da tempo, dalla sera di mercoledì 29 luglio.
Rimane da vedere tutto il resto, che non è poco. Consiglio all’uopo una puntatina nella ex cattedrale di Santo Stefano, con cupole e cupolette viste dall’esterno, dalla pIacetta. Ma se entrate nella chiesa, cari muratorini, oltre all’anziano prete che dice cose molto sante, vedrete anche una bella scritta apposta su una recente tavola marmorea. In onore e lode della nostra bistrattata arte fabbrile e muratoriana. Tutta mischiata tra colto e pop, volgo selvaggio edilizio e dottori della chiesa d’architettura del ’600.
Ve la accludo con simpatia”
Eldorado
Caramella … disperso ad Amsterdam …
Riceviamo questo appello … che, naturalmente, vi giriamo …
“Spett.le pro. Muratore e gentili partecipanti al blog, sono michele caramella, studente (finalmente laureando alla quaroni), e come la stragrande maggioranza degli architettie e dei quasi architetti come me, cercherò di unire l’utile al dilettevole in queste vacanze estive trascorrendo parte di esse ad Amsterdam. A parte le solite informazioni turistiche di massa che si potrebbero ottenere da una buona guida vorrei conoscerne di piu su questa città dal punto di vista dell’architettura contemporanea, dal momento che le uniche cose da vedere che mi vengono in mente sono la borsa di Berlage, il Nemo center di Piano e il museo di Van Gogh. Pertanto vorrei invitare i partecipanti al blog ad aprire una discussione su questa città in modo da poter conoscere i vari punti di vista, le impressioni, e quelle opere a me (e a tanti come me) sconosciute. Magari qualcuno di voi potrebbe consigliarmi un testo specifico sull’architettura contemporanea ad amsterdam (ne esiste gia una per copenaghen). Non so se questo è il tipo di discussione adatta ad un blog come questo, che mi sembra piu volto alla discussione sull’architettura piuttosto che alla ricerca di informazioni. Vi ringrazio.”
M.C.
Magia caprese …
Riceviamo da Eduardo Alamaro e vi giriamo con imperdonabile ritardo: …
“Cari amici muratorini,
simpatica la traversata web Capri – Napoli e ritorno, via Isolabella, a proposito di Nicolini. Tutti i pretesti son buoni per andare a Capri, l’isola dei VIP. Dove P sta per Politici. Anche della sinistra. Da quella rivoluzionaria internazionale (Lenin, Gorkij, Bogdanov, Lunacarskij …) alla nostrana riformista e ponderata dopoguerra (Togliatti, Pajetta, Napolitano, Occhetto ….). Tutti ospiti a Villa Pina, della famiglia Talomona, architetti di Capri (di origine lombarda, credo) che ricordo molto generosi e ospitali.
Livio era mio amico e collega di studi (per scienze delle costruzioni). Certe volte mi (e ci) ospitava a Crapi. L’Università allora era ancora un veicolo di promozione sociale e di traghettazione caprese. Ci tornerò domani pomeriggio, senza scorta e escort. Perché presento la mostra “Magia caprese”, una istallazione d’arte improbabile con vista sul mare di Luigi Grossi di Napoli/quartieri spagnoli. Una cosa simpatica e avvippante.
Vi accludo il testo, perché estivo e perché c’entra con le tematiche scritte da Isolabella: in effetti tutti i guai di Napoli derivano dalla posizione di Capri. Da quel tappo visivo sul golfo che ha fatto degli partenopei degli autocentrati, degli autoreferenziali, tante simpatiche isole belle. Ha impedito loro di guardare a mare aperto, nell’Oltrecapri!!!
E la mostra di Grossi è uno sfottò a mare chiuso su questi temi di s-partimento. Muratorini miei, vi aspetto domani (??? n.d.r.) alle 18.30 in piazzetta.
Alla fine una pizzetta per tutti, anche a Isolabella. Vi aspetto veramente, veramon?! E se per li rami della sinistra sinistrata passasse anche l’aspirevole segretario Pd Nicolini …..
Saluti”
Eldorado
Sempre che ci siano ancora le installazioni …
sicuramente le pizzette saranno finite …
Per Nikos … una proposta …
A PROPOSITO DI NIKOS SALINGAROS:
UN FONDAMENTALISTA CONTRO I FONDAMENTALISMI
Riceviamo da Vincenzo Corrado e volentieri vi giriamo questa sua sintetica recensione-suggerimento al nuovo libro di Nikos Salingaros: …
“Caro prof. Muratore Non so se ricorda il post di qualche tempo fa su Salingaros…qualcuno dei suoi assidui frequentatori aveva aggiunto il link per scaricare la bozza del “nuovo” libro “No Alle Archistar: Il Manifesto Contro le Avanguardie”. Beh tra un po’ di tesi e il lavoro sono riuscito anche a leggerlo…anzi alla fine l’ho letto…(forse) con poca attenzione ma comunque con la giusta concentrazione che il tremolio del 5 o del 14 permettono alle otto di mattina e alle nove di sera e con un po’ di musica sparate nelle orecchie…si potrebbe dire che non l’ho proprio studiato ma sicuramente l’ho letto con una discreta attenzione Il testo a mio parere è sbalorditivo e non si può solo leggerlo…bisogna proprio leggerlo… Perché è sbalorditivo leggere con quanta rabbia reazionaria gli anti-fondamentalisti riescano a trasformarsi in fondamentalisti contro il fondamentalismo del modernismo… Ma questa (probabilmente) è solo la (piccola) visione di un (modesto) lettore. Cercando di argomentare (più o meno) seriamente dovrei citare frattali, sensibilità dei materiali e materiali sensibili, il (neo)umanesimo, il nichilismo del movimento moderno, la tecnologia e la macchina, Le Courbu…ma sarebbe compito arduo per me descrivere del [dis]piacere di leggere questo (saggio) del Prof. Salingaros. Invece le scrivo solo che per me (ed è giusto che io lo scriva visto che il libro è destinato anche a me) che il Prof. Salingaros pensa bene (e magari scrive pure bene): fa bene a pensare che probabilmente sarebbe più corretto che l’architettura torni a progettare spazi e luoghi per l’uomo e dell’uomo, che l’architettura si occupi del costruire e non del mood, insomma che pensi a fare l’architettura. Ma fin qui nulla di nuovo. Per anni in facoltà (a Bari) ci hanno (giustamente) ossessionato con ‘sta storia: in effetti che il progetto dello spazio (per l’uomo) urbano dovrebbe essere il problema centrale della progettazione è roba vecchia secoli. Il problema è sul tavolo da ben prima che io prendessi in mano una matita (non molto ma neanche poco)…ma ciò che delude è che neanche questo testo (nonostante le premesse) proponga una “vera” soluzione anzi si guarda bene dal darla. Accenna, allude alla storia, al decoro, alla natura…ma le proposte dove sono…a parte l’attacco diretto senza eleganza con le bombe a mano al modernismo (si spara sui morti…che tristezza…peggio di Bush che sparava sui civili). Io credo che sia l’ennesimo pre-testo per scavare la fossa (già abbondantemente profonda) del movimento moderno (nichilisti, fondamentalisti, lecourbouseriani e propagandisti…gente pericolosa…mah). In fin dei conti, caro Prof. Salingaros dal basso della mia (voluta) inconsapevolezza, mi permetta di dirle che questa è PROPAGANDA, non molto diversa da quella che lei contesta a Le Corbusier. E io francamente non ho nessun ritorno a difenderlo ma volevo solo farle osservare (tante volte non se ne sia accorto) che sta sparando su un cadavere (maestro o no) oramai in felice decomposizione, ignorando che il problema non è il passato ma i problemi sono presente e futuro. La mia proposta è SI PENSI AD UNA VERA PROPOSTA. Saluti dai miei 40° (all’ombra ovviamente!)”
V.C.








