Archiwatch

Il Blog di Giorgio Muratore

Archivio per settembre 2009

“Vincolo” dell’Agro …

Riceviamo da Silvio Talarico questo appello relativo al “vincolo dell’Agro romano zona Laurentina Ardeatina”
“Da lunghi anni associazioni e comitati locali, riunitisi in un coordinamento, si sono battutti per tutelare ciò che resta della Campagna Romana. Chi scrive, rappresentando quel coordinamento, ha prodotto alla Soprintendenza la documentazione per apporre, ai sensi del Codice Urbani, la tutela monumentale sulle Torri dell’Agro, e su altri Beni giunti ai giorni nostri come testimonianza storica e architettonica. Un Patrimonio ricadente per ampi tratti su suoli pubblici e quindi da vincolare “ope legis”. Peccato che le istruttorie per vincolare tutti questi monumenti si fossero misteriosamente bloccate, ad eccezione di qualche manufatto privato tipo ex case cantoniere. E’ il caso di Tor Pagnotta, territorio sul quale, purtroppo, hanno allungato le mani i più noti impresari romani. E così capita che il vincolo tuteli la casa cantoniera ma non la Torre, la Chiesa Medievale o i Casali di Bonifica e colonizzazione dell’Agro che sorgono a poche centinaia di metri. Con le debite proporzioni, è come se si vincolasse un muro a Colle Oppio ma non il Colosseo. Prodotta la richiesta, l’allora Direttore regionale, Prosperetti, incaricò dell’istruttoria l’ architetto Gnarra, il quale, dopo una approfondita istruttoria supportata da una serie di sopralluoghi, una adeguata documentazione e centinaia di foto, rilevava che ai sensi del Codice Urbani doveva essere applicato sui Beni un vincolo monumentale indiretto, che avrebbe dovuto proteggere tutta l’area circostante inedificata. Dopo un accesso agli atti però di tutta quella documentazione non ci stava traccia e da una comunicazione pervenutami mi si informava che la Torre e la CHiesa erano vincolati “ope legis”, mentre i casali venivano inseriti in una zona di protezione “paesaggistica”.
La differenza non è da poco: con la protezione monumentale sarebbe diventato praticamente imposssibile costruire la lottizzazione Tor Pagnotta 2 (Caltagirone e soci).
IL Vincolo prodotto sull’Agro zona Laurentina Ardeatina, esclude chirurgicamente l’area della lottizzazione Tor Pagnotta 2 ed ad un esame approfondito risulta un’accozzaglia del tipo copia e incolla di vecchie carte.
L’ultima speranza è che Bondi e Berlusconi intendano far rispettare il Codice Urbani o che la Magistratura intervenga per tutelare quello che avevamo richiesto diventasse un corridoio protetto tra il Parco di Decima Malafede e quello dell’Appia Antica, In tempi di crollo dell’ edilizia e decollo degli alimentari non sarebe male recuperare l’Agro Romano alle aziende agricole e al Turismo.
Lanciamo una petizione su Internet per la tutela dell’Agro Romano, chiedendo che diventi Bene protetto.”

Silvio Talarico 320 2928128

Scritto da Giorgio Muratore

23 settembre 2009 alle 17:46

Pubblicato in Architettura

Altre “modifiche” per Meier …

Riceviamo da Paolo Marra che ringraziamo: …

“nel caso non l’avesse già letto..

http://roma.repubblica.it/dettaglio/per-lara-pacis-di-meier-le-modifiche-del-campidoglio/1723194

quasi quasi propongo anche io una ritoccatina..
saluti!”

Palomar

Per quanto mi riguarda …

sarebbe stato meglio evitare anche le modifiche iniziali, …

vera foglia di fico per una Soprintendenza ipocrita e impudica, …

certe “cose” … più si smucinano (come si dice da queste parti) peggio è …

Scritto da Giorgio Muratore

17 settembre 2009 alle 17:28

Pubblicato in Architettura

Non è mai troppo tardi …

Riceviamo da Cristiano Cossu che ringraziamo per la segnalazione: …

“Caro Professore,
pur pacatamente e discretamente, non si sa mai che sia l’ennesima fregatura ministeriale, plaudo alle proposte di riforma dell’università presentate dal ministro Mariastella Gelmini:
http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=124&ID_articolo=709&ID_sezione=274&sezione= , fra le altre cose perchè si ipotizza di stoppare definitivamente una delle vergogne nazionali di questo settore: il lavoro gratuito dei docenti a contratto. Trattasi di una oscena procedura secondo la quale l’università mette a bando dei corsi di insegnamento semestrale o annuale che prevedono un compenso del docente pari a zero euro. Posso dirvi che, comunque, in qualche caso ho visto file di candidati. Chi sono? Nel caso delle facoltà di architettura, ma non credo ci sia una situazione molto diversa nelle altre facoltà, sono uomini e donne che si “pagano” in quel modo la costruzione del loro curriculum, potendo così arricchirlo con l’attività didattica e presentarsi ai concorsi a ricercatore come docenti sperimentati, “approvati” dalla facoltà stessa che bandisce il concorso. Altri, che invece per diversi motivi non possono o non vogliono lavorare gratis, faticano di più a costruirsi un curriculum simile, e dunque davanti alle commissioni di concorso fanno la figura di quelli che non hanno mai tenuto una lezione! Insomma, alla fine per diventare ricercatore devi essere già ordinario, sennò non dai abbastanza affidamento :-)
saluti”

cristiano

era ora … ma per “salvare” l’Università ci vuole altro …

ormai che è piena di … “strutturati” che non ne avrebbero titolo …

Scritto da Giorgio Muratore

17 settembre 2009 alle 17:16

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Una casa nel bosco …

Sergio Marzetti … a proposito delle note vicende abruzzesi … ci cinvia questo commento archetipico-autobiografico: …

“Che cosa ne pensa Manuela dell’esistente e dell’odierno abbiamo la fortuna di esserne edotti spesso e volentieri. Io, visti ieri sera alle ore 21,10 su RAI1 i dati di fatto, ho una posizione contraria. Le case che ho visto ad Onna mi hanno confortato. Fortunatamente non sono case da Archistar e non ricordano, fortunatamente, neanche alla lontana il prototipo di casa per i nomadi del campo Casilino 900 che venne costruito da non mi ricordo più quale gruppo (ma con pazienza, scorrendo a ritroso Archiwatch, é possibile ritrovarlo).
Mi capitò, anni fa, che un mio collega, venuto in possesso di una villa costruita pochi anni prima in Sabina, con dependance e annessi, troppo grande per lui, mi proponesse di acquistarne una parte. Il vecchio proprietario era un noto editore che aveva fatto costruire sulle pendici di un monte per sè, i suoi famigliari e i suoi amici tre ville, a formare una piccola comunità di artisti e intellettuali. Il progettista era stato un altrettanto noto architetto romano. Nella villa enorme radunava e ospitava i suoi amici, noti attori, noti artisti per piacevoli serate finchè un giorno nella villa ebbe uno incredibile incidente.Alla sua autovettura, parcheggiata nel viale in salita, si ruppero i freni e questa, presa velocità, lo investì uccidendolo (ad onor del vero, nel paese vicino correva la leggenda metropolitana che fosse morto dopo una nottata “a trois”, troppo “hot” per il suo cuore. Come si vede l’interesse pruruginoso, quando la fantasia ingigantisce i fatti, é una costante e il giornale-partito ha avuto in questi mesi, allo stesso modo, buon gioco a diffondere urbi et orbi le più incredibili faccenduole di B. Purtroppo questo é il paese dei giochi sporchi, quando la politica usa “altri mezzi” per abbattere l’avversario. Data la mia età mi ricordo che cosa dovette patire dalla stampa l’ottimo compositore Piero Piccioni che venne messo in mezzo nelle faide interne alla vecchia Balena Bianca. Come dimenticare inoltre la campagna scatenata dal solito gruppo editoriale-partito contro la più alta delle nostre istituzioni repubblicane, salvo poi venire questi onorato, oramai ininfluente, dagli stessi killer come personaggio integerrimo della storia patria. E, fatto di questi giorni, che cosa pensare dell’assoluzione dopo ventisei anni dell’erede di una delle più grosse dinastie editoriali italiane? E’ stato assolto ma la polpa grossa della sua casata intanto era stata ben digerita da quegli strani uccelli che planano quando la vittima é allo stremo. Questo per ricordare a Manuela di essere un pò più prudente e meno parziale quando, sfortunatamente, il nostro Paese “và ai materassi”, come diceva Godfather). Tornando al mio racconto, dovetti rifiutare di dividere con il mio amico la vasta villa. Era “troppa” per me quella enorme costruzione mentre avrei accettato volentieri di acquistare la più piccola dependance immersa nel bosco. Veniva usata dal vecchio proprietario come studio privato dove progettare nuove edizioni, impaginazioni, menabò e quant’altro. Poi, a differenza della casa padronale, progettata senza inutili orpelli ma con interessanti soluzioni distributive, questo edificio era perfetto nella sua essenzialità archetipica di “Casa nel bosco”. L’avrebbe approvata anche Aldo Rossi! Ci godemmo questa proprietà per una decina d’anni, poi ai figli venne a noia perchè, oramai grandi, volevano, più che la Sabina, esplorare un più vasto mondo e ce ne disfacemmo. Bene! Nelle sagome delle case di Onna ho ritrovato con un sussulto la stessa grazia semplice di quella vecchia casetta mai dimenticata. Il progettista di quell’interessante ma oramai svanito consesso fu Michele Busiri Vici che forse in quell’isolato angolo d’Italia cominciava a sperimentare le sue più note costruzioni in Costa Smeralda. Come vedi Manuela, ribaltando il Nanni di “Palombella Rossa”, chi pensa bene, costruisce bene e vive bene mentre, purtroppo, la nostra sinistra (questa sì che non é europea) non sa dove collocarsi, non sa come chiamarsi e quindi non può che pensare male e al male, parlare male e malignamente e vivere male e far vivere male coloro che per indefettibile masochismo sta ancora a dar loro retta!”

S.M.

In effetti, anche dal punto di vista storiografico, verrebbe da chiedersi perché ci si accanisca così tanto su Corviale, … sul Gallaretese, … sullo Zen, … sulle Vele napoletane e sui biscioni genovesi, …

mentre tanto poco sulla Costa Smeralda o sul Circeo, su Busiri Vici, su Valente o su D’Olivo? …

aporie della ricerca …

Scritto da Giorgio Muratore

17 settembre 2009 alle 10:58

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Muri alla danza …

muriara

Scritto da Giorgio Muratore

13 settembre 2009 alle 11:13

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Architettura e Botanica …

acanto

Scritto da Giorgio Muratore

13 settembre 2009 alle 11:12

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L’ultimo dei classici …

Esso Moretti 030

Di ritorno alla Maggica, invio una foto di stamattina…
sofisticatissimo alla romana.
intatto, a parte forse il controsoffitto.
entasis moderno.
a presto Emanuele Arteniesi

Scritto da Giorgio Muratore

13 settembre 2009 alle 11:11

Pubblicato in Architettura

Addio a Guido Canella

CR52

Tra le testimonianze in ricordo di Giudo Canella segnaliamo quella di Oreste Pivetta su L’Unità e quella di Marco Dezzi Bardeschi sul Corriere: …

Addio a Guido Canella. L’architettura laica come innovazione sociale
di Oreste Pivetta

Neppure ottantenne, all’improvviso, ci ha lasciato Guido Canella, persona elegante e riservata, uno degli architetti italiani più bravi, uno degli intellettuali più acuti e critici, maestro per tanti alla facoltà di architettura del Politecnico di Milano, protagonista in un periodo tempestoso e insieme virtuoso della professione e della cultura, dagli anni sessanta della crescita economica e delle speranze rinnovatrici al tramonto del centrosinistra e delle illusioni e poi nel breve azzardo del Sessantotto, animatore di un dibattito tanto attuale quanto lontanissimo dalle cronache d’oggi… Come basterebbe a rivelare una breve passeggiata tra i cantieri di Milano, la sua città. Guido Canella era nato nel 1931. Al Politenico si era laureato nel 1957, ma una formidabile occasione formativa fu per lui la rivista Casabella, diretta da Ernesto Nathan Rogers secondo una linea di ricerca che mirava alla definizione di un rapporto tra il progetto contemporaneo e la tradizione storica. Canella cominciò a frequentare quella redazione insieme ad alcuni altri giovani come Francesco Tentori, Aldo Rossi, Vittorio Gregotti, Carlo Aymonino, Giancarlo De Carlo, Marco Zanuso.

CRITERI, NON TIPOLOGIE
Guido Canella, nell’insegnamento e nella pratica dell’architettura, si sarebbe continuato a porre quegli interrogativi e quegli obiettivi, in modo assolutamente laico, duttile, per quanto ancorato al contesto, ai luoghi cioè e alla storia, nel tentativo di formare «criteri» più che tipologie, criteri che accettassero anche l’innovazione formale più appariscente. Guido Canella, che aveva insegnato al Politecnico, «sospeso», lui con alcuni tra i docenti più impegnati, ala fine degli anni settanta (quando la facoltà venne assediata per giorni dalla polizia), poi ritornato e «promosso » infine professore emerito, aveva lavorato con Michele Achilli e Daniele Brigidini, soprattutto nella realtà dell’hinterland milanese. La sua prima opera di grande rilievo fu il municipio di Segrate, concluso nel 1966, figura complessa composta da una parte centrale cilindrica, alla quale s’addossano una specie di ventaglio e un blocco trapezoidale: tutto s’affaccia sulla piazza disegnata da Aldo Rossi. Nel segno del movimento e della monumentalità, nella pianura periferica di Milano, segnando anche il carattere di richiamo e di socialità aperta della struttura. Resta una delle opere più significative (e da conoscere) di Canella, che avrebbe continuato a lavorare sul tema dello spazio pubblico e dei servizi, con una particolare vena tesa al riscatto culturale delle aree marginali. Così nel municipio di Pioltello, nelle scuole di Opera, Segrate, Cesano Boscone, nei progetti per Avellino, Peschiera Borromeo, Ancona, Fidenza.

Ovviamente occorre vedere e vedendo si scopre quanto radicata sia la cultura dell’architetto dentro radici lombarde, dentro una storia con la quale non si teme il confronto, fidando sulla espressione delle forme e sull’apertura, «segnali» come campanili o battisteri medioevali all’orizzonte. Bellissima la casa che realizzò, a Meina, sul lago Maggiore, per uno dei grandi della letteratura italiana, Giovanni Testori, geometrie perfette che si levano dal bosco.”
O.P. 05 settembre 2009

…………………….

Addio a Guido Canella, architetto civile
1931-2009 Progettista, docente al Politecnico, teorico e direttore di riviste

“Senza alcun preavviso Guido Canella ci ha lasciati: nulla lo faceva supporre considerando il suo quotidiano prodigarsi per la sua, e nostra, facoltà di «architettura civile» con un’ incessante attività di alta didattica, cosa davvero rara per un professore emerito. Era nato a Bucarest nel 1931, si era laureato al Politecnico di Milano nel 1959, dove insegnava dal 1970. Quando chi scrive arrivò al Politecnico (1976) aveva trovato in bella evidenza al secondo piano di via Bonardi, nel vuoto assoluto della facoltà contestata, solo una grande targa in marmo con la scritta (allora anacronistica): «Istituto di Composizione Architettonica», da lui solo difesa come logo e simbolo irrinunciabile di una professione che si doveva rinnovare, ma che non poteva rinunziare al proprio statuto progettuale. E infatti tutta la grande cultura storica sua – e degli altri brillanti giovani (come Vittorio Gregotti e Aldo Rossi) allievi di Rogers, da quest’ ultimo chiamati a dar vita al Centro studi di «Casabella» – era tutta votata con decisa ostinazione al concreto esito progettuale da ottenere in cantiere. Impossibile ricordare i suoi grandi progetti pubblici, sempre innovativi e rischiosamente sperimentali, a cominciare dal concorso per il Centro Direzionale di Torino (1962) e da quel compact denso e avvolgente che è il Municipio di Segrate (1963-’ 66) che proponeva in bella mostra la fontana di Aldo Rossi. Con Michele Achilli, Canella ha realizzato diversi Centri civici integrati che propongono, nell’ epico confronto tra morfologia (nuova) e tipologia (antica), la reinvenzione creativa dell’ archetipo della capanna tradizionale (come nel quartiere IACP di Bollate, 1974-’ 81), del tempio preistorico (come a Segrate) o di Palazzo Farnese di Caprarola (a Pieve Emanuele, 1997-’ 90). Parallelamente la sua rivista «Hinterland» (1977-’ 85) era un denso e fecondo tutto-pieno di analisi critiche, di proposte e progetti cui era poi seguita la nuova serie di «Zodiac» (1989-2001). Ora, nel vuoto della sua assenza, ci restano i suoi lucenti frammenti parlanti di un’ architettura sempre da lui pensata e praticata come il più alto strumento etico di promozione della pubblica felicità.”
Marco Dezzi Bardeschi
(3 settembre 2009) – Corriere della Sera

CR61

Scritto da Giorgio Muratore

12 settembre 2009 alle 10:32

Pubblicato in Architettura

C’era una volta … la ninfa Egeria …

A proposito del “verde” di Roma … Sergio Marzetti: …

“Il verde di Roma! Fatemi ricordare! Ho abitato fino ai 27 anni nel quartiere San Giovanni, nel bel quartiere a impianto stellare imperniato su Piazza dei Re di Roma che Edmondo Sanjust disegnò per il P.R.G. del 1908. Per giocare a pallone, a “nizza” e poi, un pò più grandi, a baseball bastavano le strade Macchine non ce n’erano e tanti danni non se ne potevano fare se non qualche vetro rotto, il che ci metteva in fuga inseguiti fiaccamente da qualche irritato portiere. Piazza Re di Roma era un pò il nostro Central Park dove le nostre mamme ci portavano a respirare un pò d’aria, tanto, ripeto, il traffico era scarso e bisognava soltanto stare attenti a non attraversare la via Appia Nuova perchè passavano sferragliando i tramvetti dei Castelli che tagliavano in due la Piazza. Poi, bellissime, dove si andava generalmente di domenica, Villa degli Scipioni e Villa Celimontana. Le Ville erano intatte nel loro splendore. Villa Celimontana era un museo a cielo aperto con il suo obelisco, i suoi marmi, capitelli, fontane e viali delimitati da siepi di mortella alti due metri. Villa degli Scipioni era più misteriosa, affacciata come era su quel Uadi di via Appia Antica. Per finire c’era la lunghissima passeggiata che si faceva con tutta la famiglia. Si attraversava il Ponte della Ranocchia, si scendeva verso la la Valle della Caffarella che si percorreva lungo il fosso dell’Acqua Santa. Che posto intatto e meraviglioso! Correvi a perdifiato su prati di margherite bianche e gialle, scoprivi con un soprassalto una strana grotta stillante acqua e coperta di capelvenere, tuo padre ti spiegava che era un ninfeo (boh!), la grotta della Ninfa Egeria (questa spiegazione già accendeva la tua fantasia!). Ci si fermava alla fonte a fare merenda e a bere quell’acqua prodigiosa. Poi al tramonto, quei meravigliosi tramonti romani con gli ultimi raggi dorati che attraversavano le chiome ad ombrello dei pini, si tornava a casa e si ripercorreva a ritroso la via Appia Nuova perchè, asfaltata, era meno stancante. Si superava l’Alberone e, una volta a casa, ci si addormentava stanchi e sereni. Mamma Roma ti aveva consegnato con dovizia tutte le bellezze del creato!
C’é ancora traccia di tutto questo?”

S.M.

magari …

Scritto da Giorgio Muratore

11 settembre 2009 alle 17:25

Pubblicato in Architettura

Chiese come garage …

da una notizia Agensir di ieri: …

SANTA SEDE: MONS. RAVASI (PONT. CONS. CULTURA),
“LE CHIESE SONO COME UN GARAGE”
“Un certo cattivo gusto nelle chiese, oggi è un dato di fatto. Per questo è indispensabile una formazione di tipo estetico a partire dai seminari e dalle parrocchie”. Lo ha detto mons. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e della Pontificia commissione per i beni culturali, illustrando oggi ai giornalisti l’incontro del 21 novembre del Papa con gli artisti. Ricordando una frase di padre Turoldo, “oggi le chiese sono come un garage dove Dio viene parcheggiato e i fedeli sono tutti allineati davanti a Lui”, Ravasi ha esortato a fare del “linguaggio della comunicazione religiosa un linguaggio estetico”. Idea condivisa anche da Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, per il quale “le chiese, che nel Medio Evo erano prefigurazione del Paradiso, ricche di colori, oggi sono grigie e spoglie. E’ urgente riscoprire le cose positive che possono costruire l’estetica di domani”.
(…)

le vie della “modernità”, come quelle del Signore … sono infinite …

Scritto da Giorgio Muratore

11 settembre 2009 alle 11:11

Pubblicato in Architettura

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