Archiwatch

Il Blog di Giorgio Muratore

Archivio per marzo 2011

Cozze e … Budere …

Da Eduardo Alamaro: …

“…. Un ulteriore esempio d’adattamento della lingua al locale quotidiano vernacolare “prensile” nostro, mi è capitato oggi: parlando stamani della prossima estate con una mia amica (per la verità molto colorita e colorata)…; parlando di spaghetti con le cozze mangiate in riva al mare … mi diceva che loro poi vanno sempre via in macchina, da Sorrento a Napoli, alle 15.
“E perché così presto?” …, le domandato. … “Pecchè ‘e budere stanno ancora spaparanzate ‘o sole ‘ncopp’a spiaggia”… e non c’è traffico.
Domanda mia: “‘E Budere, e che sso’?”.
Risposta sua meravigliata: “Ma comme … ‘o saje a chillu pittore che fà ‘e femmene chiatte – chiatte …?” … “Ah, Botero? … e tu dici Budere!”, le ho risposto.
“E va bè, è più giusto: so’ femmene, … io dico ‘e quadri suoi …”
Quindi per lei Botero dipinge Budere, … il maschile del suo cognome Botero è stato girato al femminile Budere (delle sue femmine chiatte-chiatte dipinte); la “o” è diventata “u” (così come l’Edoardo del Nord diventa Eduardo al Sud-Italia, a Napoli), .. e la t è diventata d, …; e poi Budere (forse) ha più assonanza con balene e budelle, burdelle, … non so, suona meglio così: è più dispregiativo.
Adotterò anch’io questo vocabolo: da oggi quelle donne napoletane chiatte-chiatte “spaparanzate beatamente ncopp’a spiaggia ‘e Surriento” alle 15, anzi a tutte le ore, saranno anche per me “‘e budere”.
Magari piacerà anche a voi muratorini, … magari avrà successo … ma quale studioso scoprirà mai questa radice così nobile d’arte in “Budere”? Che tutto è iniziato dal travisamento e traviamento del cognome del famoso pittore Botero che dipingeva femmene chiatte-chatte (e che abitavano –forse- in case chiatte chiatte e tonde tonde di vernacolo edelizioso)?
Saluti e grazie a te, Ettore Maria Mazzola dalle Puglie,”

Eldorado

Scritto da Giorgio Muratore

31 marzo 2011 alle 18:52

Pubblicato in Architettura

Roma sparita …

Scritto da Giorgio Muratore

31 marzo 2011 alle 15:21

Pubblicato in Architettura

Cassa Integrale …

Da Eduardo Alamaro: …

“cari muratorini,
come lettore ed elettore (più o meno) assiduo e partecipe di questo vostro
bloggo, rimpiango talvolta la vecchia “Archiwatch”; quella che si apriva con la
foto-tessera del Muratore edilizio in maniche di camicia, ‘a sigaretta ‘mmocca
e l’accendino gangster tutto fuego! Una favola quell’Archiwatch antica che si
affidava meno, molto meno, all’immagine e di più, molto di più, alle tirate
critiche in romanesco architettonico, godibilissime. Tutto per iscritto d’alto
volgo, borgo e bordo .
Infatti, al contrario del mio illustre concittadino Erri De Luca, io non sono
tanto “abitante della lingua italiana”, piuttosto molto tosto dei suoi
dialetti; soprattutto quelli edilizi e-deliziosi ruspanti applicati,
segnatamente la lingua napoletana. Vivo, vedo e sento questa varietà nostra
dialettale come una grande ricchezza, a saperla coglierla, coniugarla e
costruirla ancora, web compreso e comprensibile. Così sia.

La questione letteraria nasce quando si deve scrivere questa parlata “locale”
… che è bella proprio perché è parlata … ed è in veloce continua
trasformazione bocca a bocca e bocchino, si sa). Prova ne sia l’ultima uscita
del Bossi val-padano. Come si scrive correttamente (si fa per dire) la sua
colorita e colorata espressione politica-geografica: “fuori dalle palle
(africani)”?
Riporto alcuni titolazioni di quotidiani odierni: “Foeura di ball” (Libero);
“Fora da i ball” (Liberazione); “Fora di ball” (“Il Mattino” di Napoli); “Fora
de ball” (Liberal), ecc. ; altre varianti che rapidamente leggo (e riporto)
sono: Fora de’ ball’; oppure la o di fora con la dieresi, … ed altre variazioni
ancora di accenti e apostrofi.
Son certo che si aprirà il dibattito e che ci saranno tante scuole di pensiero
(e di scrittura) per quanto sono le accademie della crusca padana, ben
foraggiata a Roma: c’avite fatta ‘a palla!!

Chiudo con un esempio alto e “culturale”. Il catalogo della mostra che si è
aperta nei giorni scorsi a Torino: “Il futuro nelle mani. Artieri domani” (un
“album rosso” a cura di Enzo Biffi Gentili, comitato Italia 150), a pagina 85
riporta la seguente titolazione in napoletano: “Nuie simm d’o Sud”. Ho scritto
al mio amico torinese-faentino che bisognava -forse- scrivere più
correttamente: “Nuje simme d’ ‘o Sud”; anzi, meglio, “Sudd”, perché si sa che
noi di Napoli calchiamo le finali. Qui da nuje il còmputer diventa così
computèrr … o c’è contrazione e abbreviazione di parole … per cui la “Cassa
Integrazione” diventa la “Cassa Integrale” (pre-cimiteriale).
Unica eccezione la si fece per Cavoùr, che andava bene pronunciata e accentata
così come al Nord, … ma per spirito di contraddizione (o forse per rifiuto
unitario inconscio della lingua, chi lo sa?) al “fine tessitore” i napoletani
gli spostarono (e gli spostano tuttora) l’accento … facendolo diventare:
Càvour.

Insomma: Noio italliani volevam savuar … che male avim fattò pe’ ce meritè
stu Boss accussì. … E’ solo una domanda serale, fatta così …. prima di
cena.
Saluti,”

Eldorado

Scritto da Giorgio Muratore

30 marzo 2011 alle 23:00

Pubblicato in Architettura

L’architettura dialettica …

Scritto da Giorgio Muratore

30 marzo 2011 alle 19:23

Pubblicato in Architettura

GELATIGOOGLE …

Scritto da Giorgio Muratore

30 marzo 2011 alle 19:21

Pubblicato in Architettura

MITOTRASVERSALE …

Scritto da Giorgio Muratore

30 marzo 2011 alle 19:10

Pubblicato in Architettura

PALLEROMANE …

Scritto da Giorgio Muratore

30 marzo 2011 alle 19:02

Pubblicato in Architettura

La «prima» domanda …

Da Giancarlo Galassi: …

“Il primo sentimento è invidia.
Ci vuole coraggio a intraprendere una ricerca del genere.
Esporsi proprio sul dilemma tragico di ogni progettista.
Quella terribile «seconda» domanda.
Come affrontare e risolvere i nodi problematici dell’architettura al
punto che componenti tecniche, dall’isorientamento alle finiture, e
tematiche più latamente culturali, dalla storia edile locale alla
cultura globale contemporanea, arrivino a un equilibrio che garantisca
a ciascuno il «massimo rendimento» nell’integrazione con gli altri?
La soluzione distributiva più funzionale integrata al sistema statico
strutturale più appropriato, integrati a un investimento economico
conveniente, integrati all’inserimento più congruente al contesto,
integrati…integrati…

Non siamo più ai tempi in cui si poteva tenere per guida solo la
triade vitruviana.
Per intraprendere un lavoro del genere o si è muniti di saggezza
dovuta all’esperienza sulla complessità della questione e di chiarezza
divulgativa da saper sfoltire la foresta dell’architettura spiegando
«prima» tutti gli alberi di cui è costituita per «poi» giustificare il
perché certe essenze devono essere disboscate, oppure si è ben caricati
da giovanile incoscienza.
Visto l’uso nel testo della parola «estetica», più da estetisti che
da estetologi, propenderei per la seconda ipotesi e la mia invidia
aumenta.

La vera domanda che il libro si pone non è espressa esplicitamente,
forse è accennata, sicuramente si vede impressa nella filigrana della
carta.
Cioè quella famosa «prima» domanda.
Come può un architetto garantirsi che la sentenza senza appello
emessa da chi nelle sue case deve vivere (e anche studiarle
all’università è un modo di viverle) sia: «Mi piacciono»?
A questo interrogativo sappiamo la non-risposta da ciclotimico di
quell’architetto depresso che era di Wittgenstein: «Su ciò di cui non
si può parlare si deve tacere».

Non ci può essere alcun recupero della bellezza in architettura
perché non possiamo più avere un criterio comune per intenderci sulla
«Bellezza».
Aiuto! Si parla di Bellezza?! C’è un’uscita di sicurezza?
Una via di fuga possibile è in nuce nella storia dell’architettura da
«ingegneri» scritta da Vincenzo Fasolo, che ogni tanto mi trovo a
riesumare, e vedi mai che la Scuola Romana sia servita a qualcosa!
Una storia il cui carattere «datato» può essere addirittura
interpretato come pregio.

Se il criterio di valore non può essere certo la «commozione» che si
prova davanti a un’opera d’architettura, quell’effimero sublime,
quell’esperienza epifanica perché vale esistenzialmente per il singolo
e certo non può essere messa in comune…
Se nemmeno una media statistica da sondaggio di opinione può essere
risolutiva perché lì a dirimere la questione si pretende un certo «buon
gusto» innato e diffuso e non c’è niente di meno innato e di più
artefatto, che il «buon gusto»…
Un criterio di valore comune può essere forse un criterio da
«ingegneri».

La cosiddetta «leggibilità».
Cioè come guardando un’architettura si riesce a capire come sta in
piedi, come funziona distributivamente, come si riferisce alla storia
edile che l’ha preceduta…come…come…
Il libro non spiega «come» si progetta un’architettura interessante
perché «Bella» ma solo in quanto «leggibile» e rimanda la questione ad
altri autori.
Però ha il pregio di compilare per noi la lista di «cosa» si può
rendere leggibile.
Segna gli alberi nella foresta che devono essere salvati.
Dopo, chi si sente in grado, può iniziare disboscare.

G.G.

Marco De Martin

Scritto da Giorgio Muratore

30 marzo 2011 alle 18:47

Pubblicato in Architettura

LA CITTA’ DOPO IL NUCLEARE … DETROIT INSEGNA …


Da Stefano Serafini: …

“30/03/2011 11.49, Tagliaventi Gabriele пишет:

Sperando che i sindaci italiani siano intelligenti…

http://magazine.quotidiano.net/ecquo/tagliaventi/2011/03/30/la-citta-dopo-il-nucleare-detroit-insegna-come-la-bassa-densita-uccide/

Di solito non commento gli articoli per non alimentare quel giro di “bravo-grazie-prego” petrolineschi che appesantiscono la nostra lista, già abbastanza vicace, ma questa volta faccio un’eccezione: Gabriele ha centrato “la” notizia, quella che è resa più fragorosa dal silenzio sotto la quale passa in italia. Vuoi per non smentire il mito americano, e duqnue ilmito industriale-sviluppista sul quale corrono i dogmi drammaticamente sbagliati della nostra stessa classe dirigente e giornalistica; vuoi perché mancano proprio nel nostro Paese le griglie concettuali per vederla, questa realtà evidente e terribile. A mia esperienza siamo stati proprio noi, con il Gruppo Salingaros e la Società di Biourbanistica, tra i primi a produrre in Italia queste griglie mancanti; senz’altro i primi a diffonderle con un impegno forte e costante, scientificamente fondato. Si tratta di un compito civile importantissimo.

Se non si comprendono le motivazioni e i termini di un processo, non soltanto non lo si può gestire, ma lo si subisce nella completa inconsapevolezza, fino al disastro, applicando palliativi e ripetendo azioni inutili come un disco rotto.

Quindi ben vengano analisi chiare e dirette come questa di Gabriele, e la loro diffusione. E’ chiaro che l’architettura e l’urbanistica non cambieranno il mondo da sole, ma una maggiore consapevolezza e interventi controcorrente all’interno delle loro applicazioni possono aiutare moltissimo.

Cordiali saluti,”

S. S.

Scritto da Giorgio Muratore

30 marzo 2011 alle 18:34

Pubblicato in Architettura

A me mi piace due per volta …

Scritto da Giorgio Muratore

29 marzo 2011 alle 18:40

Pubblicato in Architettura

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