Archivio per aprile 2011
Il senso della vita …
FUGADICERVELLI? …
“Dopo aver presentato un patinato numero di Area su São Paulo,
ecco che Casamonti sbarca in Brasile a caccia di lavoro…
in attesa del processo per le ben note vicende fiorentine che inizierà il 6 giugno” …
Davide Fusari
Colazione da Truus …
PRENDETEVELACOMODA …
Lo slancio vitale del popolo romano non fu e non sarà mai fermato!…
Canto alla durata …
NERVIATORINO …
Com’è triste Venezia …
Da Giancarlo Galassi: …
“Ammetto di essere stato ingenuo a fidarmi di Francesco Venezia e di
aver difeso un mesetto fa il suo lavoro al Maxxi solo sulla base del
suo curriculum.
Quella pozza di acqua stagnante, dopo un mese quasi inaridita e
coperta da un velo di polvere, non riscatta lo spazio del Maxxi come
immaginavo ma ne rivela un ulteriore aspetto sgradevole quello di
claustrofobica condotta fognaria. Nonostante le dimensioni.
Quel soffitto nero ribassato a 2 e 40 getta un’ombra mortifera
sull’architettura in generale (e si capisce perché l’architetto, da
generoso napoletano, abbia fatto sia vasca che sculture in ferro così
che ognuno carezzandole possa esercitare il proprio sacrosanto diritto
alla scaramanzia) ma, ahimé, mette in ombra anche tutta l’opera di
Venezia in particolare bruciandola nella rivelazione della forzatura
letteraria e didascalica (come anch’io in queste due righe!).
Anche la scelta di accroccare tutto su una specie di pianerottolo tra
la mostra spassosa di Michelangelo Pistoletto (Ancora sorrido! E meno
male! Almeno non ho rimpianti per gli 11 euri di biglietto) e quella
invece inutile su Gerrit Rietveld (Zevi nel suo libro sul
neoplasticismo predica del valore didattico di poter valutare la Villa
di Doesburg guardandone il plastico da diverse angolazioni e potendo
esporlo al Maxxi non solo non ci si può girare attorno ma è messo anche
a quota cagnolino! – ma quel libro di Zevi, esposto pure nella prima
vetrina! la Guccione lo ha (ri)letto?)… l’accroccare tutto su un
pianerottolo, dicevo, fa accostare l’allestimento di Venezia a uno di
quegli atroci ingressi di certe palazzine piccolo-borghesi romane così
cariche di soffocante quanto inutile volontà d’arte. Il giardino
giapponese con le piante grasse.
Occorre scrivere solo di cose belle e buone e edificanti e ignorare
quelle deficitarie ma sento una certa responsabilità verso quelle poche
decine di studenti ai quali da anni, caro Venezia, per spiegare cosa
significa poesia in architettura uso come testo il vecchio ma
insuperato ‘La Torre d’Ombre’. Continuerò a farlo ma d’ora in poi
desolato per un certo qual peso sul cuore, scusandomi del fatto che,
anche se si ama l’architettura appassionatamente, con l’età può
capitare di far cilecca.“
G.G.
[Soltanto un cane ringhioso invecchiato alla catena... tanto per
citare il maestro]
Il tocco finale …
VIETATOVIETARE …
Vivere l’Architettura: “I parcheggi e la mobilità”
da Pietro Pagliardini: …
“Esimio professore
(mi tengo sul formale perché la mail riguarda lei)
Cercando alcuni video in rete mi sono imbattuto in questa sua intervista dell’anno scorso sul tema mobilità e parcheggi a Roma.
http://www.novarchitectura.com/2010/03/15/vivere-l%E2%80%99architettura-%E2%80%9Ci-parcheggi-e-la-mobilita%E2%80%9D/
Quello che mi ha colpito è la sua provocazione, figlia più di una “sensazione” piuttosto che di una “opinione” formata e approfondita, su una sorta di deregolamentazione del traffico urbano, oggi strettamente guidato e organizzato “militarmente” con divieti, interruzioni, blocchi, sensi unici, ingressi a orario e quant’altro.
Sono convinto che la sua intuizione varrebbe un approfondimento, anche se ho sentito dire, ma purtroppo non ho informazioni precise sulla data né verifiche certe sui risultati, che a Bologna sia stato fatto in passato un esperimento di qualche giorno di oscuramento di tutta la cartellonistica stradale, quindi di liberalizzazione totale, e pare, ma sottolineo pare, che le cose siano andate bene.
Il tema varrebbe un approfondimento perché il principio generale è urbanisticamente corretto, le sue implicazioni pratiche tutte da verificare e in alcuni casi potrebbero rivelarsi addirittura disastroso. Siamo nel classico caso di aporia difficilmente risolvibile: due soluzioni antitetiche ma entrambe giuste.
Molti sarebbero gli ostacoli e i problemi reali e giuridici che renderebbero di difficile attuazione una proposta del genere, anche nell’ipotesi che il sistema fosse plausibile e accettato, ma certo è che essendo una città un organismo in cui ciascuna parte si relaziona al tutto attraverso quei canali che sono le strade, interromperne alcune e incanalarne altre non può che creare situazioni di discontinuità e quindi una somma di “infarti”, non solo al traffico ma alle varie aree urbane.
La permeabilità tra tutte le sue parti è il primo requisito di una città e uno dei danni della zonizzazione funzionale è proprio quello di avere incanalato il traffico su poche strade che collegano aree diverse, con la inevitabile conseguenze di far convergere su quelle flussi enormi e contemporanei e di aumentare la separazione tra le varie zone. Non fosse altro per evidenziare questo errore la sua provocazione è utile.
Molti anni fa venne ad Arezzo un “genio” per il piano del traffico che, ricordo bene le parole, esordì dicendo che era necessario “interrompere i flussi”. Allora non ne capii appieno la stupidità, ma sentii che non mi piaceva. Oggi posso dire che era una vera bestialità che dimostra come il traffico non può essere affrontato solo dagli esperti del traffico.
Interrompere i flussi significa privilegiarne alcuni e abbandonarne altri. Quello che serve è invece aprire più canali possibili, permettere maggiori scelte, dare più opportunità e non ridurne. Certo, non aprire più autostrade urbane, ma strade, quelle vere che disegnano isolati con gli edifici posti sul perimetro e che convergono in altre strade o piazze, non quelle che lambiscono i lotti e conducono dal niente al niente.
La rete urbana deve essere continua e capillarmente diffusa e sarebbe interessante, in quest’ottica, sperimentare la libertà di scelta senza cartelli, vincoli, ostacoli che non siano quelli necessari per controllare la velocità.
Potremmo affermare che si tratterebbe di abbandonare l’idea della città-macchina e tornare a quella della città-organismo?
Saluti”
Pietro
















