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Il Blog di Giorgio Muratore

BAROCCHETTOMETROPOLITANO …

Scritto da Giorgio Muratore

30 settembre 2011 a 18:51

Pubblicato in Architettura

8 Risposte

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  1. Brasini, DeRenzi-Wittinch-Limongelli, Sabbatini … che meraviglia quando ancora si sapevano fare certi edifici ricchi di carattere e profondamente romani

    ettore maria mazzola

    30 settembre 2011 alle 19:06

    • Ma che vuol dire edificio ricco di carattere? Lo chiedo senza polemica eh…
      Chiesto questo, non mi sembrano edifici “esatti”. Esatto è Giulio Magni a Santa Croce. Forse Aschieri a piazza della Libertà e a piazza Trasimeno. Forse, per questo Sabbatini, e per Brasini, il carattere lo metterei da parte.

      filippo de dominicis

      1 ottobre 2011 alle 14:35

      • Il carattere è un qualcosa che rende quegli edifici di quel luogo e non di un altro. Il carattere di un edificio è un qualcosa che genera senso di appartenenza. Il carattere è un qualcosa che mostra la capacità dell’architetto di fare un’opera che la gente riesce unanimamente ad amare indipendentemente da chi ne possa essere l’autore. Il carattere di un edificio è quello che suggerisce a un passante di notarlo nella massa edificata e, magari, di scattargli una foto o farci uno schizzo. Il carattere è un qualcosa che dà personalità ad un edificio. Ecc. ecc. Sabbatini e Brasini hanno fatto edifici strepitosi, che solo la malvagità di un insegnamento limitato all’interno delle università non riesce ancora a fare apprezzare. La loro capacità di progettare senza mai copiare se stessi, la loro capacità di dire qualcosa di nuovo ed essere al contempo immersi nella continuità storica romana, la loro capacità di ispirarsi da antichi ruderi per produrre qualcosa di assolutamente nuovo, o di farlo dialogando con edifici più recenti, fa di loro due grandi esempi di architetti che seppero dare un carattere ad ogni edificio che disegnavano, perché amavano il loro lavoro molto più del vile denaro che sembra essere l’unico interesse che ha poi guidato gli architetti delle scatole pseudorazionaliste prima e palazzinare poi.
        Ma cosa vorrebbe dire “edificio esatto”?

        ettore maria mazzola

        2 ottobre 2011 alle 19:46

  2. Secondo me l’edificio di sotto è sgraziato… non è bellissimo.

    salvatore digennaro

    30 settembre 2011 alle 20:48

  3. Trionfale IV non è il miglior progetto di Innocenzo Sabbatini, anche se, confrontandolo con Trionfale I, II e III si può valutare la vulcanicità di un architetto che, progettando case popolari, non si ripeteva mai.
    Trionfale I sente l’influenza dell’architettura viennese, Trionfale II (per il quale l’ICP gli chiese di “rifarsi alla maniera del Pirani”) ha delle influenze medievaleggianti, nell’edificio su Piazzale degli Eroi del Trionfale III c’è l’unico caso di vera adesione al “Barocchetto” e ai movimenti planimetrici di Raguzzini, che già scompare (per una preferenza del Manierismo) negli altri edifici del Trionfale III lungo la strada pedonale a destra del Cinema Doria mentre. In questo edificio del Trionfale IV, eccettuata l’esasperazione del cornicione e del timpano, Sabbatini sembra più interessato a dialogare con i grandi casamenti moderni, dove la differenziazione delle finestre piano per piano e molti altri dettagli sono scomparsi, portando l’edificio a scadere nella monotonia di certi edifici che egli stesso aveva inizialmente combattuto.

    ettore maria mazzola

    1 ottobre 2011 alle 07:49

  4. @ Ettore Maria

    Quoto le prime due frasi come due plausibili definizoni.
    Poi potremmo discutere sui metodi per individuare e chiarire il «carattere» di un luogo e l’«esattezza» di un edificio.

    Tutto il resto della definizione invece è omologabile a intenzioni ed esiti degli architetti contemporanei che tanto denigri, anche le insinuazioni morali sul denaro.

    E ha ragione Filippo a trovare poco esatti quegli edifici che non sono sbagliati sono sguaiati, con esiti addirittura caricaturali come il Buon Pastore di Brasini (in alto a destra), proprio per l’intenzione di fare qualcosa di ROMANO che dialoghi con l’esistente ma allo stesso tempo sia strepitoso e assolutamente nuovo.

    La sicurezza del carattere si vede non per esibizionismo e grida ma piuttosto toni sommessi.

    giancarlo galassi

    3 ottobre 2011 alle 09:58

    • caro Giancarlo,
      la tua ignoranza e il tuo pregiudizio su Brasini, tipico della tua generazione e dei professori che te lo hanno inculcato fanno sì che non meriti alcun commento, o magari lascio il commento alle parole di Viollet-Le-Duc: «amiamo vendicarci delle conoscenze che ci mancano con il disprezzo … ma sdegnare non significa provare!».
      Continua pure ad andare in estasi per le astrazioni tipiche e con gli scatoloni illudendoti che quello sia un modo di dialogare con la storia, ma non ti meravigliare se l’architettura non desta più alcun interesse presso i non lobotomizzati

      ettore maria mazzola

      3 ottobre 2011 alle 19:13

      • “What you see is a harmonius and dissonant architectural symphony of complexly layered elements — formal and symbolic, masterfully defined by shade and shadow, combining rhetoric and substance, Baroque fanfare in Palladian drag, and whose juxtapositions — or rather, collisions — of curves, rectangles, diagonals — as squat columns, gross piers, useless buttresses, eloquent walls and voids, domeless drum, protruding and receding segmented pediment — must in the end compose in the Fascist era a glorious final gesture of what can be considered Baroque survival”
        Robert Venturi su Armando Brasini. Poi fu anche uno dei primi a parlare di Moretti. A modo suo.

        filippo de dominicis

        4 ottobre 2011 alle 14:06


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