Archivio per novembre 29th, 2011
REPETITAIUVANT …
Il Grattacielo, una tipologia vecchia e disgustosa.
Metropolis la pellicola-culto di Fritz Lang che nel 1927 profetizzava il trionfo e la catastrofe della civiltà della macchina era una città di grattacieli. Una città utopica verticale vissuta come un incubo da un intellettuale europeo alle soglie della grande crisi del ’29 nella quale all’acme della poetica espressionista venivano a sintetizzarsi, catalizzandosi criticamente in forma visiva, tutti gli umori di un modernismo esasperato da ben più di mezzo secolo di trionfo industriale che a partire dai lontani fasti del Cristal Palace londinese passando per Eiffel sarebbe approdato al Chrysler newyorkese dopo essere passata per i capolavori sullivaniani della scuola di Chicago.
Un itinerario affascinante quello dei primi decenni del grattacielo americano che avrebbe poi trovato, ancora e soprattutto nelle due già citate metropoli statunitensi, modo di affermarsi con l’Empire State Building e con il Rockfeller Centre, da un lato, e con le prime grandi opere verticali di Mies van der Rohe, dall’altro, che finalmente affacciandosi sul Michigan trovava modo di coronare un sogno pluridecennale coltivato fin da quando, nei primi venti, aveva progettato il suo profetico grattacielo di cristallo sulla Friedrichstrasse berlinese e che troverà modo di concludere la sua conquista del cuore americano con l’esemplare Seagram Building piazzato proprio nel baricentro finanziario di Manhattan.
Dall’Art-Deco al Razionalismo più radicale quindi e, da lì in poi, di successo in successo, il grattacielo americano continua la sua ascesa fisica e simbolica contaminandosi con i linguaggi più corrivi dei decenni successivi, dall’International Style al Post-Modern, dai monumentali manufatti dello studio Skidmore, Owings & Merril, fino ai totemici stilismi postmodernisti dell’ultimo Philips Johnson. E saranno poi ancora gli architetti europei a riflettere criticamente sulla portata simbolico-figurativa di quella ormai storicizzata tipologia verticale quando Rem Koolhas uno dei profeti della globalizzazione decostruttivista degli ultimi trent’anni (sponsorizzato dall’immarcescibile e luciferino Philip Johnson), nel suo bestseller “Delirious New York” ne riprenderà, in certo modo il testimone, per poi dilagare a livello internazionale sull’onda della globalizzazione finanziaria e tecnocratica degli ultimi tren’anni. Non c’è infatti ormai regione, sia pur remota, della terra a non essere assoggetata alla presenza di questa tipologia edilizia che, se da un lato
, rappresenta la cristallizzazione più ingenua e volgare delle aspirazioni dei nuovi ricchi, dall’altro testimonia del prevalere di un know-how tecnologico e progettuale dove la grande industria di ultima e penultima generazione, e l’apparato economico-finanziario che ne è espressione e sostanza strutturale, trovano modo di autorappresentarsi con facilità attraverso la vasta e disponibile schiera di progettisti e di archistar che ne sono prolungamento a livello figurativo, decorativo, stilistico e architettonico.
Si assiste quindi, e non da oggi, al proliferare di grattacieli di tutte le taglie e di tutte le fogge, un po’ in tutto il mondo, dai distretti commerciali delle metropoli occidentali alle sempre più numerose città nuove che si affollano a decine dall’oriente estremo fino alle, un tempo, desolate e pastorali plaghe dell’asia centrale, dalle assolate, assetate e desertiche realtà del Golfo fino alle più remote e paradossali situazioni latino-americane, tutte località, a vario modo, assoggettate a questa nuova forma di colonialismo tipologico, ove il protagonismo di massa del grattacielo la fa ormai da padrone indiscusso. Migliaia di grattacieli, una volta confinati in rari esemplari nei distretti finanziari delle grandi metropoli statunitensi, dilagano ormai senza freno dai deserti alle praterie, dalle spiagge alle savane del mondo intero. Soprattutto nei luoghi dove è più debole la storicità e la memoria stessa dei siti al grattacielo sembra affidato il ruolo fondante di edificio-pioniere, quasi a segnalare una nuova presenza, a testimoniare con arroganza una presa di possesso, a testimoniare l’orgoglio volgare di un finalmente raggiunto dominio simbolico e materiale sui luoghi.
Per nostra fortuna il nostro paese, per tutta una serie di evidenti priorità di ordine culturale, ma anche e soprattutto di limiti economici e finanziarii era stata fin qui evitata una simile violenza. Qualche “torre” a dire il vero era spuntata, soprattutto negli anni del rapido benessere qua e là, a Milano, a Genova, all’Eur di Roma e in qualche cittadina piuttosto derelitta sul piano urbanistico come Livorno, Nettuno, Cesenatico, Gallipoli, tanto per fare qualche esempio diffuso sul piano nazionale. Casi, al fondo, sporadici di periferica isterìa da campanile, senza contare che il caso milanese ha, comunque, prodotto almeno due edifici di rilevante significato architettonico come la Torre Velasca e il “Pirellone”.
Purtroppo però in questi ultimi anni sull’onda di un laissez-faire di stampo anarco-liberista, molte barriere, anche etico-psicologiche sono crollate e sono quindi sempre più numerosi i casi in cui il nostro patrimonio ambientale e paesaggistico viene aggredito in forme concitate, avventate e agressive in nome di una sedicente modernizzazione che trova, proprio nel grattacielo, la sua formula più immediata, sbrigativa e redditizia, perciò, vincente.
Basterebbe considerare il caso di Roma, città fin qui, sostanzialmente, scampata al rischio grattacielo, ove sono già previsti almeno cinque interventi in tal senso che, se portati sventuratamente a compimento, stagliandosi sulla campagna romana, snaturerebbero, per sempre e in forme irreversibili, il, più che prezioso, profilo capitolino.”
G. M. 08.08
QUALCUNODICENO …
FINALMENTEDANIELLINOANCHEAROMA … CEMANCAVASOLOLUI …
FREDDEPARALLELEDELLAVITA …
LETERNODILEMMASTRUDELSUSHIPACCHERIOCANNELLONI?
Il celebre prof. Strudy Oyrad così commenta:
“Mah… quei cosi mi ricordano gli strudel ripieni di marmellata che la Pavesi produceva un tempo… cercate in internet e li troverete…” …
Particolarmente toccato dalla pregnanza della quella sintetica interpretazione il nostro amico e collega Sushi Pakk si è sentito costretto ad una ancorché succinta, ma pur tempestiva risposta che contiene a nostro avviso delle interessanti, seppur non sempre condivisibili, precisazioni:
“Caro collega mi consenta cortesemente di dissentire dalla sua pur originalissima tesi che ritengo non sufficientemente esaustiva dalla palese complessità del manufatto la cui ipostasi teorica lei vorrebbe rinviata in via diretta allo strudel pavese (vedi ricetta, per cui vai a Biscotti veloci di Cuochina Sopraffina) ove non v’è chi non veda il riduttivismo geografico-padano della pur sullodata interpretazione che altri vorrebbe più estensiva e meno circoscritta al periodo neorealista cui comunque potrebbero potersi ascrivere talune intercettazioni del senso e non tanto e non solo del gusto cui il Fico maturo e quindi sapientemente essiccato, ma non tanto da escluderne morbidezza zuccherina conferirebbe insieme rugosità concettuale e chiaro paradigma olfattivo. Pur infatti non potendo affatto escludere e, tanto meno in via di principio, remote reminiscenze giovanili ancora di sapore neorealista i cui echi potrebbero essere sopravvenuti nelle non rade frequentazioni che l’allor giovane progettista risulterebbe avere avuto con l’Aymonio sia padre che figlio insieme, già aduso il primo alla cerchia ridolfiana e per via meno diretta all’avo Marcello donde non marginali questioncelle edipiche col Ludo –Vico (in tedesco Ludofico) e il di lui fratello pintor Giorgio, ritengo tuttavia che il Nostro abbia piuttosto scelto la via di più ardua e alta e allogena intrapresa considerando possibile un non marginale ampliamento del suo sguardo ben oltre la cerchia più ristretta dei riferimenti metodologici e sintattici privilegiando senz’altro la via di un esotismo entropico di marca anglosassone cui di necessità possono ascriversi le specifiche riscritture di un linguaggio esente da logaritmi simbolici di cui non vogliamo nemmeno prendere in considerazione l’eventuale presenza. È quindi evidente invece l’immediato riferimento per via fraterna alla teorica albionica sovrastante cui l’indiscussa autorità del dutto formale tende a preformare in via di giudizio esperienziale un più dirimente valore connotativo. Pertanto ampliando lo sguardo verso più consistenti eppur obliqui orizzonti gastronomici è palese l’intervento nei confronti di una poetica sushi di più vasta risonanza asiatica e finanche globale nel rispecchiamento forse adombrato per via garofolare in un limine miuratico di evidente derivazione gramsciana (al proposito cfr., tra gli altri numerosi riferimenti reperibli in rete la specifica Videoricetta …). Tanto più se si considera la già contemplata derivazione tiburtinico-realista che non sfugge anche ad una lettura più che superficiale dell’intero evento. Ma non dobbiamo nemmeno dimenticare che il non luogo pur sottaciuto della locatità tipica in una letteratura tutta espressa nel perimetro pasolinian-vespignanesco dell’intero itinerario che da più parti conduce al sito già ricordato, non a caso nelle alte parole emesse dal presidente a proposito del simbolico ferroviere ove la dimensione germinale appare in netto contrasto con una poetica pustura post-zavattiniana e quindi intrinseca alle più volte sondate venature localistiche che non portano neppure ad escludere un sia pur mutila vocazione moraviana ad un annoiato e perplesso concludere dell’intera vicenda a livello urbano e forse e vieppiù, finaco, territoriale sarei quindi propenso a farvtrapelare la presenza di un fondato rinvio alla poetica del Pacchero (assolutamente necessario il riferimento all’intera vicenda del “pacchero ripieno” per cui vedi Il Pacchero ripieno, op. cit. e passimm, 17 Ricette) . Anzi direi di più di quel pacchero anche e talora perplesso, smunto e innaturalmente solitario che siamo soliti rinvenire nella chiazza sanguigna di un “dessus des tomates” cui gia l’ultimo Sarte pareva più volte altrimenti indulgere, ma invece e definitivamente sempre più rigoglioso e fecondo nella misura in cui e, giorno per giorno, ci si avvicinava, un tempo, al definitivo traguardo di Termini. Sempre che non si voglia considerare l’altro Pacchero solitario anch’esso ove già ripose la risolutezza dell’assunto logico lo stesso mastro Guido da Milano che per primo e sempre e ancora per via paterna intravvide la risultanza del suo medesimo essere nella consistenza pastosa e insieme ricca di glutine e di sugo di cui il Cannella ovvero il Cannellone allora unico e torreggiante in quel di Segrate ove ancor prima e ancor meglio provvide tempestivo al polpeggiarne l’opera sua prolissa e insieme gaudiosa l’altro Rossi in un intempestivo vagare (vedi ancora la presenza inquietante del San Carlone romano nel prato di Gallarate) invocandone una più risoluta eppur discreta idiosincrasia del moderno. Ma quest’ultima ipotesi, seppur suggestiva, sono senz’altro portato ad escludere.
in fede Prof. Sushi Pakk








