Archivio per febbraio 2012
PER CHI LAVORANO OGGI GLI ARCHITETTI? …
COSE ROMANE …
BENVENUTO POLINICE …
Riceviamo da Jacopo Costanzo: …
“Gentile professore, è da oggi on.line Polinice poliniceweb.blogspot.com
Polinice è un blog culturale fondato da 7 studenti universitari.
Ogni giorno sarà pubblicato un articolo.
Le categorie sono:
Lunedì- Musica
Martedì- Arte & Architettura
Mercoledì- Scienza & Filosofia
Giovedì- Cinema
Venerdì- Geopolitica & Diritto
Sabato- Moda & Costume
Domenica- Foto d’autore
INVITIAMO A PARTECIPARE AL NOSTRO PROGETTO.
Per collaborazioni, proposte e idee di ogni sorta scriveteci a
poliniceweb@gmail.com
Con la speranza di averLa tra i nostri lettori e, perchè no, collaboratori!
Saremmo onorati se riportasse la notizia su Archiwatch.
Grazie.“
Polinice.
PLINIO MARCONI? … CHI ERA COSTUI? …
Per una nuova teoria estetica dell’architettura: il contributo di Plinio Marconi.
In questi ultimi anni, dentro e fuori delle nostre scuole di architettura, sembra che la dimensione teorica della ricerca disciplinare sia andata progressivamente appannandosi.
Ad un periodo piuttosto segnato da astrazioni, anche eccessive, e da più e meno marcati e significativi ideologismi, pare infatti aver fatto seguito un momento apparentemente più caratterizzato dall’operatività, più impegnato nelle cose, nella sperimentazione progettuale dei linguaggi, nella frammentaria “costruzione” di una nuova architettura. Se tutto questo è vero, tanto che ormai appare come un diffuso stato di fatto, ed è altrettanto vero che tale tendenza ha profondamente segnato la cultura architettonica di questi ultimi vent’anni anni, non v’è comunque chi non veda come alla positività di un diffuso richiamo alla concretezza si siano, in più di un caso, affiancate le aporie di un’ulteriore astrazione che fanno per lo più capo ad una concretezza più invocata che raggiunta, di un mestiere ormai più mimato che sperimentato nel reale.
E’ quindi logico e urgente quanto da più parti si invoca, soprattutto tra le generazioni più giovani, nella prospettiva, da un lato, di riscoprire gli aspetti teorici e fondativi delle discipline facenti capo al vasto territorio dell’Architettura e, dall’altro, di affrontare con maggiore realismo anche gli aspetti materiali e concreti del costruire.
Per quanto ci riguarda appare così più che motivato l’obiettivo di ritrovare un nesso sostanziale tra le dimensioni della storia, della critica e dell’estetica dell’architettura contemporanea, quale fondamenti ineliminabili di qualsiasi ulteriore discorso, anche applicativo.
Il rischio, ormai incombente sulla nostra scuola, è infatti quello di diventare in ultimo, e al fondo di tante e pur apparentemente radicali trasformazioni istituzionali e organizzative, un gigantesco istituto superiore per geometri da riversare, quasi un sottoprodotto, sul “mercato” europeo, e ci pare vada sventato sul nascere riproponendo un impegno serio sui temi fondamentali dell’Architettura.
E’ anche e soprattutto in questa prospettiva che, prima attraverso il corso di Stiria delle Arti Industriali e poi quello di Storia dell’Architettura Contemporanea, ci siamo a più riprese impegnati nel tentativo di ampliare, per quanto possibile, i temi della didattica e della ricerca verso gli argomenti della teoria e della critica.
In questo senso l’approfondimento della dimensione teorica della ricerca architettonica tra diciottesimo, diciannovesimo e ventesimo secolo ci ha così portati a contatto con dimensioni assai poco indagate, se non addirittura del tutto inesplorate, del dibattito contemporaneo.
Il caso romano, da questo specifico punto di vista, appare poi esemplare; pur provenendo infatti da questa scuola alcuni dei più ilustri protagonisti del dibattito internazionale degli ultimi cinquant’anni, basti pensare alle personalità di Bruno Zevi, di Leonardo Benevolo, di Manfredo Tafuri, di Paolo Portoghesi, solo per fare qualche nome, non è stata ancora avviata una revisione sistematica, stratigrafica, del panorama romano che, invece, almeno dalla metà del secolo scorso rappresenta una serie di tappe importanti dell’itinerario critico contemporaneo.
Oggetto di una svalutazione complessiva sicuramente eccessiva che ha indotto all’obio di tante personalità di sicuro rilievo che hanno tutte affrontato in profondità i temi del rapporto tra teoria e pratica e tra storia e progetto dell’architettura, i diversi autori che abbiamo, di volta in volta analizzato e riproposto si collocano tutti in organica e reciproca coazione definendo un compendio di utili occasioni di riflessione; denunciando la presenza di personalità di grande respiro a costruire un percorso logico che conduce fino ai nostri giorni.
Infatti, solo partendo dal contributo di personalità fondamentali come quella del Poletti e del Calderini, prima, per passare, poi, attraverso quelle del Milani, del Giovannoni, del Piacentini e ancora, del Fasolo, del Minnucci e del Marconi, si potrà giungere a definire nella sua più autentica dimensione e nella sua specifica essenza la complessità di una situazione romana la quale attraverso le sue aporie e le sue cadute, ma anche i suoi non irrilevanti momenti di eccellenza, riveste ormai un ruolo importante e decisivo, non solo a livello locale, ma anche e soprattutto internazionale.
Non può essere questa la sede per soffermarsi più a lungo su questi temi di carattere generale, ché questa breve nota vuole solo essere un pretesto alla riflessione e soprattutto un’indicazione per appofondire ulteriori e ancora fertili indirizzi di ricerca a definire più oltre una costellazione di dati conoscitivi indispensabili per porre le basi di qualunque ulteriore sviluppo, anche didattico.
Il caso di Plinio Marconi, da questo punto di vista appare emblematico ed esemplare.
Praticamente, dimenticato, tralasciato ed evitato dalla critica e dalla storiografia contempranea al pari di altre personalità, peraltro eminenti, (vedi il caso per certi versi “analogo” di Giuseppe Vaccaro, solo recentemente “riscoperto”), gravitanti a diverso titolo nella vasta e variegata orbita culturale piacentiniana, anzi magari solo per questo destinate ad un’affatto speciale damnatio memoriae ; come se Marcello Piacentini (al pari di Bottai) non fosse stato, come in realtà invece è accaduto, capace di calamitare attorno alle sue iniziative alcune delle forze intellettuali più vivaci attive a Roma tra gli anni Venti e gli anni Quaranta.
Plinio Marconi, in questo contesto rappresenta bene (e la lettura dei suoi scritti ce lo dimostra con abbondanza di elementi, per certi versi, sorprendenti), la qualità di questi giovani architetti, informatissimi su quanto avveniva nel resto del mondo (la redazione di architettura, da questo punto di vista, fu un vero e proprio cenacolo dove non a caso si formarono e si informarono personalità come quella di Quaroni, di Fariello, di Muratori, solo per fare qualche nome tra i tanti possibili) e capaci di catalizzare anche sul piano teorico gli argomenti complessi di un dibattito contemporaneo che, soprattutto attorno al Trenta, vide un momento di straordinaria quanto accelerata vitalità.
Soprattutto in rapporto tra la sperimentazione più recente e gli eterocliti presupposti teorici e metodologici, tecnici ed estetici che ne erano alla base, la riflessione di Plinio Marconi ci fa così intravedere la ricchezza del bagaglio teorico di quanti, in forme più e meno evolute e consapevoli, si stavano avviando ad attraversare un territorio ancora inesplorato, verso gli incerti, pur affascinanti, ma ancora per tanti versi oscuri, obiettivi del Moderno.
Tra i testi pubblicati dal Marconi in quegli anni, oltre al vastissimo saggio Critica della critica, questioni di estetica nell’arte e nell’architettura d’oggi che vide la luce sulle pagine di “Architettura” a partire dal gennaio del 1938 e che rappresenta senz’altro uno dei più cospicui contributi al dibattito teorico del momento (saggio al quale è dedicato l’ampio articolo di Danilo De Vito) e che ci mostra un autore ormai consapevole e dotato di una vasta attezzatura teorica, ci piace qui ricordarne l’altro, intitolato I recenti sviluppi dell’architettura italiana in rapporto alle loro origini apparso sulle pagine della medesima rivista, in quell’anno di fuoco, per l’architettura italiana, che fu il 1931.
Qui con sorprendente attualità e quasi a corollario dei più recenti contributi di Marcello Piacentini e di Gustavo Giovanni sul medesimo tema, Marconi già amplia considerevolmente l’orizzonte storico-critico delle sue riflessioni andando a toccare soprattutto in relazione alle interpretazioni e alle teorie dell’einfuhlung i nomi di Hegel, di Schelling, di Fischer, di Lipps, di Adamy, di Beltcher, di Ruskin, di Behrens, in contrapposizione a quelli di Schopenhauer, di Viollet-le Duc, di Pugin, di Semper, di Thiersch, di Cloquet, di Garnier; d’altro canto, per quanto atteneva ai temi dei “valori plastici” nel campo delle arti figurative, rinviando insieme ai nomi della Sarfatti, di Soffici e di Severini, a quelli di Waldmann, di K. Einstein, di Gleizes, di Coquiot, di Breton, di Hautecoeur; mentre altrettanto noti e citati paiono già gli scritti di Le Corbusier, di Platz e di Yirmounsky.
Già alcune intuizioni, che diventeranno poi materiale del dibattito più radicale del dopoguerra, erano, in quel lontano saggio, espresse con chiarezza, ma anche temperate da una precisa visione storica dei problemi del contemporaneo: “Mentre da un lato vediamo le teorie relativiste e le ultime scoperte nel campo della fisica e della chimica battere in breccia i rigidi postulati del materialismo scientifico ottocentesco e ricondurre la scienza mediante la consapevolezza dell’indefinita traslazione dei suoi problemi ad una più modesta considerazione dei propri limiti e possibilità nei riguardi della inattingibilità di una verità immobile; mentre dall’altro lato vediamo gli ultimi sviluppi dell’idealismo assoluto sboccare inevitabilmente in un contingentalismo di natura scettica; mentre in conclusione vacillano i dogmi fra loro contrastanti formulati dal pensiero speculativo precedente e prevalgono invece soluzioni attiviste a pragmatiste della realtà: è da presumere che accentuandosi tal tendenza, vedremo infine alle unilaterali posizioni intellettualistiche superate sostituirsi la totalità piena della vita … Sorgerà allora, sulle rovine del romantico secolo XIX una nuova epoca classica …” Cosicché l’architettura attuale “chiuso il momento polemico” dovrà “sboccare poi ad una rinnovata sintesi la quale troverà la sua formulazione definitiva in uno stile moderno, classico non già in senso superficiale e formale, ma profondo e sostanziale. Ritorno alla natura, intanto, che è sempre stata il farmaco di tutti i mali di perdizione e di esaurimento“.
G.M. 1996
MURATORI “GLOBALE” …
Giancarlo Galassi commented on CANTONATE ROMANE …
“Prendiamo la frase e cancelliamo una parola (sperando che l’html del blog l’accetti):
“L’ambiente (romano) è formato da una congerie di piccole case senza nome, accumulate nel corso dei secoli, dalle riedificazioni che la città ebbe dal Rinascimento in poi, e in modo speciale è costituito dagli innumerevoli esemplari di architettura minore dell’epoca detta barocca: opera quasi sempre di maestri modesti e ignoti, ricca di fogge, variata nei dettagli, ingegnosa nelle soluzioni … “
ed ecco che in maniera semplificata possiamo spiegare il tentativo scientifico fatto dal Muratori, a fronte della contemporanea opzione romantica neorealista anche questa romana e non dimenticabile seppure meno significativa per il progetto moderno (a mio parere) alla distanza di due generazioni, e proseguito dai suoi migliori allievi che a partire proprio da una tradizione architettonica peculiarmente romana è stato ampliato a tutto il territorio italiano (Giannini a Genova, Caniggia a Como e poi con Maffei a Firenze, Maretto a Venezia, i Bollati in Calabria, Vaccaro in Toscana ecc… e dopo di loro i più giovani che hanno studiato decine di centri minori) dandogli la consapevolezza di un metodo che è prima di lettura e poi di progetto dell’architettura, un metodo che da Roma (lo ribadisco che sembro un fissato monomaniaco perchè mi sono fissato da monomaniaco – però magari mi passa – nella convinzione che ci sia un genius loci anche della teoria e della didattica) ha trovato conferme fino in Giappone (e magari pubblicherò prima o poi nel blog gli studi degli insediamenti giapponesi fatti con il metodo caniggiano all’università di Osaka – se non sbaglio città che non ho la dispensa sottomano. Da Roma a Osaka e ritorno).
Un ampliamento teorico non solo in senso geografico, Muratori stesso l’aveva esteso a tutto il pianeta, ma anche a scale strettamente disciplinari: alla scala urbanistica con gli studi di Cataldi e alla scala dell’architettura degli interni e del dettaglio, proprio quelli argomentati da Muratore con i testi della Regazzoni.“
“In soli vent’anni abbiamo distrutto più del 90% dei vecchi edifici.” …
PATETICO PIU’ CHE CRUCIALE …
Roma – S. Stefano Rotondo – GIULIO IACCHETTI. CRUCIALE | 20
una mostra del tutto priva di senso …
goliardica e superficiale …
priva di humour e di pathos …
buona solo per farci godere, in notturna, di uno splendido monumento …
CANTONATE ROMANE …
ELOGIO DELLA CORNICE
Capita di riconoscere e di ritrovare tanta qualità e intelligenza architettonica più sovente in un dettaglio del passato, in una vecchia modanatura, in un’antica decorazione, piuttosto che in un edificio, in un piano, in un intero quartiere moderni. L’attenzione alla piccola scala, alla qualità dell’esecuzione, ai significati e all’espressività di una modanatura, di una finestra, di un portone, di un decoro, di un vano scala, di un piccolo androne, era pratica diffusa e cautamente o spregiudicatamente ricercata all’interno di una pratica professionale e di una disciplina artistica che si sono progressivamente allontanate dai luoghi e dai materiali di un mestiere fatto, anche e soprattutto, di queste cose. Perdita di un aspetto minore; ma non marginale, della specifica attività disciplinare dell’architetto che si è andata progressivamente accompagnando ad una più generale e diffusa perdita di significato del lavoro semplice, ma colto, che era e resterà, per sempre, alla base di ogni buona architettura.
La vera architettura è sempre stata, al fondo e soltanto «una cosa semplice, fatta bene», ma oggi sappiamo che si producono solo cose frettolose, malfatte, artificiose e inutilmente complicate.
Così è nella pratica professionale, così è nella scuola, così nelle amministrazioni pubbliche e private.
La semplicità e la chiarezza di un buon lavoro diventano oggi la soglia inattingibile di un mitologico approdo, quasi mai, neppure, sfiorato.
Ed ecco perciò l’importanza di una riscoperta e di un recupero di valori e di significati lentamente stratificati nel tempo e nella abitudine edilizia da intere generazioni rimaste talvolta e per intero sconosciute, ma che hanno lasciato segni profondi nella fisionomia della nostra città attraverso la fatica di un esercizio quotidiano fatto di artigianalità e di amore per il proprio lavoro, di rispetto dei ruoli, delle regole, delle persone, delle competenze e delle personalità.
La frettolosa «semplicità» del moderno, che si è cosi spesso trasformata nel silenzio disperato, rumoroso e coatto della babele contemporanea ove tutto parla e comunica, urla e trasmette, eppure nulla più si ascolta e si comprende, ha fatto perdere anche il gusto per la vita degli oggetti, per il linguaggio semplice delle cose, per il volto domestico, popolare e quotidiano, per l’immagine stessa delle case.
E cosi riscopriamo, nella città di ieri una città sommersa, una città rozzamente accantonata dai libri e dalle “storie”, una città nella città con le sue case compunte, bizzarre, colte, comunque “civili” che vanno ricercando il loro ruolo in una presenza dignitosa, il loro senso in un decoro elementare.
Case romane costruite ancora ieri alla maniera degli antichi, etichettate in un tempo recente ancora del dispregiativo di «barocchetto», ville e «villini», palazzi e «palazzine», costruiti con cura e cultura da giovani architetti che avevano amorevolmente e argutamente ripercorso vicoli e piazze per fissarne un’ immagine di cui si sono persi poi il nome e la memoria stessi.
Scrivevano allora quegli architetti, ma volentieri possiamo sottoscriverIo ancora oggi:
“L’ambiente romano è formato da una congerie di piccole case senza nome, accumulate nel corso dei secoli, dalle riedificazioni che la città ebbe dal Rinascimento in poi, e in modo speciale è costituito dagli innumerevoli esemplari di architettura minore dell’epoca delta barocca: opera quasi sempre di maestri modesti e ignoti, ricca di fogge, variata nei dettagli, ingegnosa nelle soluzioni … “.
E quelle case erano un campionario fantasioso di soluzioni «alla romana», un elenco inesauribile di forme e di creazioni minute. un dizionario di grandi e soprattutto piccoli gesti eroici che hanno fatto della Roma post-umanistica il più grande laboratorio architettonico dal quale, non a caso, sono nate le espressioni più vitali della città contemporanea.
Cornici, cornicioni, lesene, paraste, finestre, portali, balconi, statue, fregi, stucchi, simboli, allegorie, si intrecciano e si accavallano per dar vita al più ricco repertorio di «fenomeni» e di simboli architettonici della penultima modernità.
Le case stesse diventano il luogo di questa rappresentazione ove la teatralità dell’immagine prende forma nei volti delle «facciate» diverse che si confrontano, si osservano, si inseguono, si inarcano, si piegano, sì corrugano e si distendono nel viluppo complesso della città amata, vissuta e compresa da tutti. L’angolo diventa il luogo di una svolta che si fa metafora di una realtà più complessa, si carica di segni, di simboli e di significati:
“più frequenti sono le cantonate dalle modanature fini e delicate, col canto trasformato in una bacchettina tonda e i fianchi marcati dalle lesene terminali dei vari piani d’ossatura e di paramento. In questi casi l’angolo del cornicione ne gode, e si arricchisce di tutta una festa di ugnature e di sporti, sovente del tutto nudi d’ornati, ma fine e gaia che è un gusto a vedere … “.
La cornice, diventa più oltre cornicione, chiude verso l’alto e rinserra l’insieme delle forze espresse e comunicate dall’intera facciata:
“Il cornicione barocco è di tutta la casa e specialmente della cantonatura degno coronamento. Contrariamente a quanto avviene altrove, si può dire che a Roma il cornicione non manchi mai, appena un edificio acquista quel modesto grado di decoro che lo fa passare dalla classe dei fabbricati meramente utilitari a quelli appena, appena architettonici …”
Sopra ancora, altro elemento tipico dell’edilizia romana, il coronamento finale che chiude e conclude la stesura complessiva per cui:
“ … non è raro il caso qualificato altrove di cornice alla romana - in cui al di sopra un cornicione avente il suo pieno svolgimento, nasca di nuovo un piccolo attico portante il tetto, colla sua gronda uscente appena dal filo del muro … “.
E se questa era la voce di quel gruppo di giovanissimi, tra cui Marchi, De Renzi e Ciarrocchi, che fu tra i primi alla base del rinnovamento e dello sviluppo dell’architettura romana tra gli ultimi anni venti ed i primi anni trenta, come non ricordare ancora quell’accorato «elogio della modanatura» che, in epoca ben altrimenti indirizzata e ideologicamente dominata, negli anni del travolgente neorealismo, il grande Moretti tesseva all’indirizzo dell’architettura romana di tutti i tempi?
“ … Ogni cosa visibile comunica con noi per la sua superficie. E il discorso o il canto di una superficie di architettura … si concentra … nelle modanature. La forma delle cornici convoglia le ragioni di una facciata e le rivela con più forza … Le
cornici sono gli spazi di un’architettura ove la massima realtà si addensa … ”.
G.M.
in: ”MAGAZINE” n.2, aprile 1990
ora in: AA.VV. “Giuseppe Pasquali e il caso FORMA&MEMORIA“, L’Erma di Bretschneider, Roma 2012.



















